Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

27 febbraio 2012

Milano-Novara. Dialogo sopra i massimi sistemi.

T-Poniamo che il sale non si chiami in quel modo perché siamo prima di Aristotele.
G-Aha.
T-Ecco, quel sale è lo stesso sale che ora chiami sale oppure no? Voglio dire, il cloruro di sodio restava cloruro di sodio anche quando nessuno lo chiamava così?
G-Possibile. 
T-Ecco vedi. Allora quel sale è la Verità, concretamente il vero. Il realismo della Verità.
G-No, guarda Tia, non sono d'accordo. Qual è il contesto di riferimento di questa cosa che chiami sale? E perché si è deciso di chiamarla sale? È l'accordo della comunità scientifica che fa del sale il sale, non la semplice esistenza di un elemento che qualcuno ha casualmente cominciato a chiamare sale.
T- No, aspetta. Stai confondendo le cose, Giamma. Una cosa è il valore di verità logico, una cosa è concretamente il vero, l'esistente.
G-Confondendo un cazzo, Tia. Se il sale è sale, è perché qualcuno in quel contesto ha deciso che il salgemma che si estrae dalle cave va chiamato in quel modo.
T-Tra l'altro si estrae facendo bollire l'acqua salata, ma lasciamo perdere.
G-Fai venire voglia di litigare.

05 febbraio 2012

Secondo Matteo

S'era deciso che l'avremmo suicidato. Seduti in cerchio ci guardavamo l'uno con l'altro per capire chi ci stava e chi invece preferiva lasciare che le cose andassero come era stato scritto. Alcuni non volevano entrare in contatto col corpo per non dover avere a che fare per tutta la vita con gli stessi palmi immondi. Così fu fatto ad estrazione, pagliuzze lunghe e corte come quelle dei pirati. Io però non ero in discussione: degli undici rimasti ero l'unico che non aveva problemi a sporcarsi le mani e che già aveva dato un contributo non da poco.

Intanto Giuda se ne stava dentro la baracca, riverso a terra con la trachea che fischiava come il buco di un cetaceo. Rantolava invece di morire. Prima di accasciarsi sul legno marcio mi aveva guardato con due occhi vitrei da soap opera e aveva allungato il borsello gonfio dei trenta denari che neanche alla Snai gli avevano voluto indietro. - Che cazzo me ne faccio Giuda? Che cazzo me ne faccio, io, delle tue monetine sozze, se non arrivo neanche alla cassa del supermarket per pagare un lecca lecca con la faccia di Marilyn? - Lui aveva rumoreggiato sbavando ed io ero uscito a prendere una boccata d'aria, impaziente che qualcuno mi aiutasse a finire il lavoro.

03 gennaio 2012

La natura umana

Vi fu un tempo in cui incontrare un uomo per strada faceva piacere come incontrare il diavolo.

Nei periodi di carestia, quando la guerra dettava gli orari di veglia, erano i fagiani, le pernici e le lepri a moltiplicarsi, come il grano minuto nelle sacche di miglio. I lupi rapaci s'ammassavano numerosi fuori dalle città, rabbiosi di fame. Divoravano gli uomini senza dimora, buttati malamente sotto i portici perché vinti nella carne dai mali del creato. Così, nell'assenza della cura paziente che muta la pianta selvatica in domestica, la selvatichezza dilagava e frutti difformi nell'aspetto e nel sapore, inquinavano le esigenze umane e se ne impadronivano. Il sapore, infatti, diviene adeguato al gusto e all'utile dell'uomo solo grazie al letame che lento dispone il fusto e paziente ne addomestica il frutto.

La concimazione delle vigne con il letame suole viziare il sapore del vino. Era una cosa che avevo imparato a Lovanio, dove studiavo per divenire agronomo. Ricordo una festa che ricorreva durante l'autunno, quando ancora il clima era mite e la pioggia rada. Ragazzi di ogni età si ritrovavano in quella Lovanio nuova, voluta dai francesi, che inganna i viaggiatori sul momento di salire sul treno. La città, solo in quell'occasione formicolava di giovani e noi, agronomi, bevuti come bisce, eravamo poveri vagabondi in camice lercio. La gente ci sentiva arrivare. Le ragazze si scostavano, non trovavano nulla di esilarante nell'odore che involontariamente ci apriva la via. L'aria ne era impestata da non crederci. La regola era di non lavarlo mai, il camice da laboratorio, fino al giorno della laurea. Io, il mio camice, non lo lavai mai.

05 dicembre 2011

Carillon

La guardavo per non sentirmi colpevole da solo. Stavamo lì entrambi, duri, con la stanza ocra intorno e i muri che bruciavano. Ancora le tremavano le mani. Non avrebbe potuto reggere nemmeno uno stralcio di tela. Il volto era luminoso e la luce della lampada ne rigava l'angoscia. Marta! Gridai. Le braccia le cedevano a scatti e le dita, più lunghe di sempre, parevano allargarsi con grazia inopportuna. La guardavo per imparare a reagire, come l'avevo guardata ogni giorno, cercando di esserle simile. E anche ora, davanti al pensiero più nero, a ciò che accade all'anima quando realizza il rimorso, volevo imparare a comportarmi bene. Ma lei non accennava a cambiare espressione. Scarpette di raso bianche come il latte le fasciavano i piedi. Il nastro s'arrampicava come rovo veloce, fin sotto il vestito a strozzarle la coscia. Poi si tuffava dentro di lei e l'inchiostro nero, tra le gambe colava per terra. Immaginai che fosse Marta, a smettere di respirare e, al solo crederlo possibile, il cuore non resse. Lo sentii stringersi e scivolare piano, dal petto fino all'intestino; lo avvertii appoggiato alle mie viscere, e vidi il mio volto ingiallire lentamente nello specchio.

07 novembre 2011

Abitudini

Fosse stato per lui le cose sarebbero andate diversamente. Ma anche stavolta era stato l'ultimo straccio da lavare, quello che si lava se ce n'è altri sennò s'aspetta. Sul fondo della cesta da mesi, Otto aspettava che gli dicessero che fare e invece a nessuno era venuto in mente di aggiornarlo sulle ultime nuove, buone o cattive che fossero. Così, se ne stava chiuso in quel bugigattolo marcio a fare da portiere e la gente del palazzo lo trattava come se fosse in quello stato da sempre.
-Buongiorno!-
-Buongiorno.- ripeteva lui meccanico, tra le sette e le dieci, come se si trattasse di azionare un tagliaerba. Era la noia che lo uccideva ma a stento, Otto, avrebbe saputo ammetterlo. Quella insoddisfazione perenne che lo portava a muoversi di continuo sulla sedia sghemba, tenuta insieme per miracolo, prima o poi lo avrebbe fregato di nuovo.

L'orologio a muro oltre il vetro della guardiola gli stava facendo schizzare il cervello e mai come in quel momento avrebbe desiderato il sabato mattina libero. Come quel ragazzino, Loris, che Otto lasciava uscire di tanto in tanto, con la promessa di farsi dire dove sarebbe andato. A stare in un locale di dodici metri quadrati scarsi, pensava, dove l'unica finestra era un videocitofono che s'atteggiava a televisore, sarebbe morto di urticaria. Così, quando insieme esaurivano i passatempi silenziosi, ché Otto tutto era fuorché un chiacchierone, Loris s'alzava, si puliva la bocca sporca per la saliva che la concentrazione gli aveva seccato ai lati della bocca e abbozzava l'uscita, in attesa del via libera che arrivava con un cenno del vecchio.

25 ottobre 2011

Calcoli

Si piaceva, lei, schizzata sul vetro convesso dello schermo. Si piaceva riflessa e mobile mentre serviva i clienti con la sicurezza magica di chi comanda per un tempo limite. Per questo quando Walter aveva deciso di spostare le macchinette in un angolo meno invasivo, a Cinzia era dispiaciuto. Ne avevano discusso la sera stessa, mentre lui contava i soldi della cassa e lei dava due giri di chiave per l'abitudine di sentirsi sicura. Lui non ne vedeva la differenza, lei ne faceva una questione estetica e un tantino personale. Così, siccome alla lunga le cose non cambiavano, Cinzia se l'era messa in tasca e aveva smesso di parlarne. D'altronde non era a lei che spettavano tali decisioni e tanto meno aveva voglia di spaccarsi i nervi su un diverbio tanto idiota.

Quando cominciò con l'incollarvi il muso al vetro, lentamente smise di vedersi bella. Il viso lasciava posto al collo lungo e magro, diritto come un giunco era una lama che fendeva il vetro. La fortuna, ipnotica, girava come uno spiedo, e il poker era un gioco per bambini sullo schermo sadico di un videogame. Dentro a quella creatura non un'anima ma due pozzi, gli stomaci. Uno stracolmo di guadagni, l'altro ripieno di monete pronte per essere vinte. Allora, i gettoni non contavano. Le macchinette a gettoni erano arrivate dopo, quando Walter si era ridotto a liquidi da fame e Cinzia arrivava sempre troppo tardi per poter passare in banca a cambiare le banconote in monete da un euro e viceversa. 

15 ottobre 2011

Draghi

Lo sferragliare del tram faceva ballare le case.

Loris aveva gli occhialoni gelatinosi e sporchi appiccicati al vetro, due ventose opache che spiavano senza vergogna. I palmi erano macchie ben piantate sulla parete trasparente e l'aiutavano a tenersi in equilibrio. Capitava che qualcuno si fermasse in coda proprio davanti al muso e a Loris, visti tutti quei didietro, non restava che ingozzarsi di mentine.

Ad una certa ora però la gente si diradava. Sarà che la mattina cavalca e diventa presto metà mattina. Non si bighellona a metà mattina, diceva sempre Otto, il vecchio baffone della portineria. Così anche Loris fingeva delle occupazioni per non farsi scoprire inoperoso, e lì, sul marciapiede della tabaccheria, tirava fuori tutti i suoi personaggini di Draghi e Maghi.
Draghi e Maghi usciva una volta a settimana, a metà mattina di solito, quando Otto si prendeva la pausa, l'acchiappava e lo trascinava al chiosco dei giornali. Loris non vedeva l'ora di quel giorno lì a quell'ora lì. A dire il vero, non osava chiedere ad Otto quando s'andava insieme al chiosco. Aveva paura che fossero vere quelle cose che si dicevano. Che quando Otto s'arrabbiava finiva male. Non si voleva finire in prigione noi, rifletteva Loris insieme ad Orgos e Darko, mago l'uno drago l'altro. Al solo pensiero di lui, chiuso al buio nei bassifondi di piazza Castello, con uno sputo d' acqua da bere e tutti dei rumori spaventosi e metallici, gli veniva una strizza che gli si chiudevano le chiappe. Per giunta in compagnia di quel noioso di Darko e di quel chiacchierone di Orgos gli sarebbe scoppiato il cervello. No, meglio non fare arrabbiare Otto e aspettare con pazienza che fosse lui a decidere che era l'ora del giornalino.

17 luglio 2011

Sulla luna i falò - eclissi e abbandono nel cuore di Genova -

La luna di buche ne ha molte. Molte più di quelle che credi, Francesco. Alcune sono sporche di una coltre nera che pare fuliggine ma sa di carbone e, per quanto ne so, se ne sta lì dalla notte dei tempi. Che tempi, sospiri. Giocando col dito a cancellare il nero da terra. Non pensi che qui non c'è acqua, e che i palmi sudici devi pulirteli nei pantaloni. Non tocchi, non credi. E poi d'acqua ce n'è eccome, l'ho letto su Science di luglio insieme ad un mucchio di notizie sui topi.

Se c'è una cosa che temo, Francesco, è vedere i topi da sole scorrerti accanto veloci, come la veneziana che scatta sul vetro. Sulla luna non è raro vederne di molti, il pelo irsuto, i denti di pinza, le lenti scure, il fare da duro. Se ti capita, taci, non c'è nulla da dire. Non hanno piani se non sovvertire l'umore di chi li teme e fuggire il controllo di chi li vuole domare. Tu mostrati dunque più furbo di loro, apri le mani ed alza la voce. Non hai nulla da perdere in questa terra di pece, non ti resta che ostentare il ritorno alla pace.


06 luglio 2011

Gli uccelli migrano a tutte le ore

Non sempre va benissimo. La capacità di riempire i buchi nei muri con lo stucco in modo uniforme la si apprende col tempo. Un po' come si apprende che i quadri non stanno su appesi ai chiodi piantati alla carlona col martello. Le viti, ci vogliono le viti, e il trapano e lo straccio inumidito sotto ad acchiappar fior fior di cemento disarmato che sbriciola via come fuliggine.

Così, soltanto dopo una miriade di buchi mal fatti, buchi sghembi, buchi storti, voragini e scolpite, uno impara a dar retta ai tutorial. A conoscere la pesantezza della propria mano, la forza dell'avambraccio che tiene e l'ampiezza della conca che il palmo prepara. E allora sì che ci si propone. Li faccio io i buchi nel muro, si dice agli astanti incapaci.

21 giugno 2011

L'incostanza dei papaveri


Dora cammina accaldata. Con le mosche che ronzano e un mal di testa da galera.La via sterrata è dritta da non vederne la fine. Inzuppata di papaveri, scola ai lati la luce gialla del sole di giugno. Dora teme il caldo come la peste. Le mosche e il rumore del terremoto. Rabbrividisce al pensiero che i campanili possano un giorno mettersi d'accordo e suonare all'unisono. Lo scoccare delle ore sarebbe letale anche alle femmine.

Le mattine d'estate Dora s'alza prestissimo e spalanca le persiane facendole battere forte sul muro ai lati. Dà fastidio ai vicini, di sotto e di sopra, infatti non ha nemmeno un amico sul ballatoio. Dà fastidio anche a Gaetano che fa i turni la notte e alle cinque rincasa facendo le scale più in silenzio che può. Talvolta la trova in camicia da notte che legge i giornali prima che li scrivano davvero. Le chiede del succo d'arancia fresco di frigo, lei dice eccolo e gli passa il cartone temperatura ambiente che staziona da ore tavolo. Lui dice cazzo, ma lo beve lo stesso.

In bagno Gaetano ci va con lo zaino, urta le cose impilate, gli sciampo, i profumi e i contenitori color pastello che si specchiano ai blocchi di partenza. Non sempre cadono. A volte cade il bicchiere degli spazzolini e va in mille pezzi di vetro per terra e sul tappetino antiscivolo. Gaetano impreca, ma non scivola. Da fuori si sente un sibilare di drago. Dora non lo aiuta neanche morta. Le due dita e la giusta pressione sul touch-pad fanno scivolare la stampa on-line in direzione nord, illuminata appena dalla luce flebile dello schermo.

18 aprile 2011

L'accalappiatopi


Ci hanno bombardato. Certo non così forte come credevano. Ma comunque l'hanno fatto.

E non mi hanno colta impreparata. Ho le mutande di ferro, da giorni, io.
Il dorso puntuto poggia sulle lastre dure e ferrose di un'armatura che ho tenuto per il mio momento migliore. Il momento della dipartita. Il momento dei fuochi d'artificio dalle lampade al neon.
Frizzava tutto il corridoio. L'ho sentito frizzare da nord a sud, come la saliva di un serpente che ride. Ah, se Dio l'avesse sentito con me. Sarebbe rabbrividito al sole di aprile che le piogge insistenti rovinano presto.

Aspetto quieta da ore. Quando torneranno e mi rimetteranno in camera, mi farò raccontare della guerra di fuori.
Mi si metta in verticale! Ordino ai miei servi. L'onda rimbalza a lungo tra soffitto e pavimento e torna indietro come un'eco.
Pare che nessuno mi serva. Le voci, i lamenti, i colpi al muro di altri rimbombano e coprono i miei pacati richiami: vorrei l'attenzione che l'ospedale mi deve.
Ad un tratto sento un rumore di un vetro che scoppia.
Sono sempre più vicini. O qualcuno ha rotto i contenitori di vetro stipati negli armadi.
L'ho fatto anche io una volta. Un eccesso di collera dovuto al dolore di un farmaco sbagliato. Ero straziata dall'attesa dello scontro e l'armatura mi pesava nel cervello. Non avevo armi a sufficienza e temevo che gli invasori potessero prendersi tutte le mie collane.

Le collane! Le tengo nascoste sotto l'armatura. Faccio dei tagli leggeri sul collo e spingo i semi di alcune fin sotto la pelle. Le ferite sanguinano, ne ho un paio con un'infezione in corso. Deve essere a causa di un ciondolo d'argento che apparteneva alla donna che mi ha fatto da madre. Quando sanguinano in modo poco controllabile chiudo il corsetto di ferro con due ganci al posto di uno, così da soffocare il dolore, oscurare la luce, levare l'aria. Senza qualcosa con cui reagire, sottovuoto, la pelle umida si raffredda e muore. E con lei muore il dolore.
I miei buchi nel petto contengono perle e ciondoli di rara bellezza.
La pelle è la loro armatura.
Le proteggo dal nemico che in cambio infetta e corrompe.

02 aprile 2011

Il re delle tacche


Le tacche segnano le ferite, gli obiettivi, il peso, le altezze.
La mano a mezz'aria ne mostra il livello. Più o meno così. La tacca ti arriva fin qui, poi, di sopra sei tu che dirigi relazioni ordinate e fai la differenza.

Michele Brusatori era stato un esperto di tacche da quando faceva il chierichetto alla Madonna in prato. La Madonnola, per l'esattezza. Letizia, già la prima volta che s'erano visti, non aveva avuto dubbi: quel ragazzo doveva essere uno della madonnola, uno che aveva sfondato fino ad atterrarle dinnanzi. Proprio come lei. S'erano tirati fuori di lì, giocando bene le poche carte che avevano. E infatti non si sbagliava.
A furia di tacche Michele s'era fatto grande che non gli si dava un'età. Una tacca per ogni assenza, per ogni messa che aveva saltato, per ogni ragazza che s'era scopato, nascosto nei prati di quel quartiere scempio della bassa, dove, di certo, nessuno veniva a disturbare. Una tacca per quanto era male, una tacca per quanto era bene. Davanti ai numeri e sui muri della cucina. E poi sull'orologio, sul cronometro, sul contachilometri. S'era fatto una bicicletta nientemale e in città lo sapevano tutti che era la sua, anche se l'aveva modificata da sembrare una sdraio con le ruote motrici. Lo sapevano tutti che era rubata, un pezzo da uno, un pezzo dall'altro, ma tanto nessuno più riconosceva i propri.

Letizia passava di lì tutte le mattine per andare alla multimedica e aveva preso l'abitudine di salutare. Salutava chiunque ci fosse all'interno. Salutava anche quando la serranda era tirata perché era domenica. S'era presa una storta per quel ragazzetto al punto da allungare la strada anche a luglio quando il sole bastardo le coceva la testa e le faceva colare il sudore per tutta la schiena fin sotto la stretta dei jeans. 

15 gennaio 2011

La mistica della fine

Dondola avanti indietro, Rossana. Segue ubbidiente l'amaca della preghiera. La piccola chiesa di quartiere straripa, fuori le auto non passano quasi. Nessuno però osa oltrepassare il limite immaginario, là, dove il confine diviene più che intimo e non è degno di chi lo forza. Così la folla s'accalca sul fondo e lascia vuota la navata centrale, per rispetto. E per timore. I cuori, al caldo, si lasciano andare. La nenia cadenzata del rosario serale li riempie di pace, come una morfina. Addormenta gli animi e accompagna le palpebre a sgonfiarsi, il telo di una mongolfiera che espira.

Rossana non ricorda molto altro di quella sera. Sedeva fuori dalla chiesetta di San Galvino, con la staccionata alle spalle e il culo gelato sulla pietra nuda. A casa s'era fatta un paio di bicchieri, uno in fila all'altro, per sembrare stabile alle scosse degli abbracci di cordoglio. Nell'attesa che i rintocchi delle campane annunciassero l'inizio del rosario, s'era messa a fissare il Nero che spariva e riappariva dalla cuccia sul ballatoio. Poi, all'ululare infastidito della bestia, Rossana era scesa in cortile, con la testa pesante sulle spalle. La chiesa l'aveva raggiunta barcollando. E, alla fine, aveva preferito non entrarvi.

L'aria di marzo è fredda per i retaggi dell'inverno che si porta appresso. Nevischia stasera, e tutto intorno è ricolmo di scaglie di ghiaccio. La geometria delle stelle di neve: paiono cristalli infrangibili all'occhio. Il vapore acqueo s'accalca a ridosso dei germi. E forma una scultura più sporca di quanto si creda. La chiamano polvere di diamante sulle enciclopedie. Ma Rossana non crede ai nomi che migliorano le cose e chiede conferma alla gente che incontra.

- Che guardi Ros? - Miranda le urla dalle scale del piano di sotto e attacca col phon. Rossana non le risponde. Non ha voglia di farsi censurare dal rumore, come sempre succede quando lei le parla dal bagno, con la voce a testa ribaltata. Miranda insiste. Stacca e riattacca la spina e nel mezzo domanda. Controvoglia, Rossana si alza dal divano, scende le scale e apre il frigorifero. - Non c'è niente. Un telegiornale dopo l'altro - le dice di spalle cercando qualcosa da bere. - Non esci stasera Ros? Non credi sia ora di passare da qualcuno, di farti vedere un po' in giro? - Non me ne frega di stare in giro .- Tra le mani ha un pezzo di formaggio, di quelli industriali, arancioni, con gli angoli smussati. - La gente non ti viene a trovare a casa Rossana, ha paura del dolore degli altri - poi di nuovo il phon, maledetto. - Sto bene da me, senza scocciature. - Zittita dal rumore ripone il formaggio e si fa un goccio abbondante di vodka alle erbe. Nessuno la sente tranne la sua gola. - E allora non ti lamentare poi se sei sola e nessuno ti viene a cercare. - Passano almeno cinque minuti, Rossana legge tutte le trame dei film in programma sul canale di stato, legge anche le descrizioni dei varietà. - Una volta stavo in una chiesa - riattacca Miranda dietro al filo rosso che conserva nelle orecchie - in una chiesa nella parte buona di questa città di merda. Era un incontro per ragazzi, pieno di gente. Si leggevano dei pezzi della Bibbia e poi ti si diceva che farci, con i pezzi, come interpretarli - Miranda ride che sembra il verso di una scimmia - non ascoltavo un cazzo Rossana, un cazzo di niente. - Miranda che c'entra? - Che stavo dicendo? Rossana scuote la testa e si versa un altro bicchiere di vodka. - Della chiesa. Che devo uscire e andare bussare porta per porta alle persone che mi conoscono e dire che è morto mio padre, e no non fa niente che tanto era morta anche mia madre e ci son già passata, ti dura un po' poi ne si esce bene. E che la recupero io la bici che ha lasciato legata in stazione. - E finisce la vodka rimasta sul fondo. Miranda liscia i capelli tutti dritti verso sinistra e li asciuga per un minuto buono. Intanto parla, ma non si capisce nulla. Rossana le si sdraia per terra vicino e le fissa il corpo nudo, morbido e chiaro. A marzo la bianchezza si fa malattia, apogeo dell'estate che corregge i colori. Il neon della luce del bagno è crudele con la forma umana. Sulle caviglie le cellule morte della pelle cadono, lasciandole ancora più chiare e fini. Colpa del cloro della piscina, Miranda ci va tutti i giorni presto la mattina quando le vasche sono libere e i corsi ancora non sono iniziati. Così disinfetta da capo a piedi ogni giornata che decide di vivere. Se invece ritiene che non ne valga la pena, non s'alza, non mangia, non nuota. Resta a letto tutta la giornata, spegne il telefono, non avvisa nessuno. Rossana le accarezza una caviglia e le bacia le dita dei piedi. Miranda sorride con le borse degli occhi negli occhi e la faccia paonazza per la testa all'ingiù. Poi fa un movimento maldestro col gomito e il beccuccio del phon rimbalza sul viso di Rossana che quasi nemmeno lo sente. - Ah Rossana, ecco, mi è tornato in mente. Che ad un certo punto il prete al microfono dice una cosa. E me la ricordo ancora oggi perché la sentivo anch'io. Dice che il male, la sofferenza più grande per qualcuno è il sentirsi solo. L'uomo ha bisogno di sentire, toccare, parlare o anche solo nominare altri uomini. Diceva che la solitudine è peggio del cancro. E ci si ammala a furia di star soli. Mentre parla, Miranda tiene il corpo fermo ma le braccia si muovono, frenetiche spiegano, spingono le parole dentro la testa di Rossana. - Mi trovava d'accordo sai? Quindi vai fuori, vai trovare tuo fratello che ne so, fatti un giro dalle parti del ciottolato o una passeggiata sotto i portici. Ti farà bene. - Vieni qui Miranda... - Ros ti prego, non è il momento. Puzzi di alcol e non ti fai una doccia completa da giorni. Mi avevi promesso che avresti pulito per terra sabato, ma te ne sei strafottuta. Lasciami finire in bagno. Devo andare a teatro con Clara. Se hai voglia datti una sistemata e vieni con noi. Rossana si volta dall'altra parte. Stringe i pugni al caldo sotto la pancia. Sente l'intestino premere a destra, a sinistra invece niente. Un buco forse, la pelle del ventre e quella del dorso si appiccicano, dentro: niente. Non passano cinque minuti che Miranda la sente respirare pesante.

Che un uomo fosse uguale a un altro, Rossana non l'ha mai creduto. Appoggiata al palo della fermata dell'autobus fissa la bicicletta di suo padre legata dall'altra parte della strada. Vive con Miranda da un paio di mesi e la desidera ogni giorno con lo stessa forza di quando non condividevano le stesse stanze. Avrebbe voluto raccontare a suo padre di quanto ora era piena di lei. E di quanto tuttavia continuasse a sentirsi mancante e senza nessuna meta oltre a lei. - Rossana, l'amore verso l'altro dispone alla luce. Le aveva detto lui una volta, davanti ad un distributore di sigarette. - Io mi sono spento, bruciato con la morte di tua madre. Non riesco ad ascoltarti. Sono vuoto, incapace di accogliere i sentimenti degli altri perché non ne ho più di miei. Non riesco più a mettermi nei panni di nessuno. Rossana aveva annuito. E lo aveva abbracciato. In quel momento aveva desiderato di essere anche lei bruciata e svuotata per sentirsi come lui, in grado di comprenderlo e consigliarlo. Ma non lo era, e non aveva sprecato fiato né energie per sembrarlo.

La bicicletta non pare soffrire i segni del tempo e, anche se il parafanghi è per quasi un terzo arrugginito, il manubrio e il portapacchi brillano alla luce del sole, investiti di un'eleganza rara. Rossana ora non ha le chiavi per aprire il lucchetto e portarsela a casa. Non sa se suo padre avesse da qualche parte una copia e non si è preoccupata di cercare tra gli affetti personali, che la polizia le ha riconsegnato il giorno dell'incidente. Forse le ha perse in metropolitana e nessuno ci ha fatto caso o forse si sono dimenticati di dargliele.
A pomeriggio inoltrato Rossana decide di tornare a casa. Non ha voglia di vedere nessuno, non ancora. Si incammina per corso Cavour, rintanata sul marciapiede del controviale. Evita le strade del centro, il ciottolato. Non accende il telefono da quasi dodici giorni ma riceve messaggi continui. Non passa una sera senza che Miranda non torni con qualche parola per lei. Al lavoro le hanno concesso due settimane di pausa, per riprendersi e tornare più in forma di prima. Gliel'ha detto Miranda perché lei non legge più nemmeno i messaggi di posta elettronica. L'idea di dover ricominciare col mondo le mette pesantezza e malumore: come se nascesse di nuovo e dovesse giustificarlo di continuo. A dire il vero non si sente meno sola di prima. Si sente solo più sgombra, quello sì. Non siamo tutti uguali. Ci si sente diversamente soli. Chi più in superficie, chi scavando sotto la corteccia dura. Lei, la solitudine ce l'ha sulla pelle viva, si vede subito, come il colore delle bibite. Poi però, con il tempo ci si abitua, e non si sente più niente.

Ogni giorno Rossana fa una capatina in stazione. Controlla che la bicicletta sia al suo posto, le copre la sella se piove. Le parla, se è una di quelle mattine in cui la vodka l'ha preceduta. Sembra se la passi bene, sembra non fare gola a nessuno nonostante le abbia riverniciato il parafanghi con uno smalto bianco latte. Da qualche tempo la gente ha smesso di lasciarle messaggi. Complice anche Miranda che forse s'è stufata di far la staffetta delle medie. Le ha però letto ad alta voce una raccomandata che pareva essere importante. Agli uffici della Comec sono un po' in difficoltà e devono ridurre il personale. Avrà diritto ancora a sei mensilità, come da contratto. Poi i rapporti saranno recisi. La preghiamo dunque di presentarsi quanto prima in orario d'ufficio. Le saranno consegnati il cud e altri documenti di sua competenza. - Che mi dici Ros? La mia dizione non fa passi da gigante? Rossana annuisce; forse le manca un po' di forza nella voce, ma le vocali hanno il timbro giusto. - È che la voce deve essere ferma, statuaria, naturalmente potente. - Fuoriuscire immobile come le ali di un gabbiano. Hai ragione, strepito. Miranda la guarda e rilegge gonfiando le spalle. - Poi i rapporti saranno recisi. La preghiamo dunque di presentarsi quanto prima in orario d'ufficio. Le saranno consegnati il cud e altri documenti di sua competenza. - Meglio. Continua, esercitati. Rossana s'alza dal divano. Bacia Miranda mentre si concentra, drizza la schiena, alza ed inclina il mento verso il cielo, come per aiutare la voce a fluire verso il suo luogo naturale.

È martedì. Giorno di mercato. Oggi Miranda non si alza dal letto. Ha deciso che è un giorno sprecato e non vuole che nessuno spalanchi le persiane della mansarda. Strilla come un'ossessa quando Rossana sposta la tenda e si sporge a ridosso del vetro per vedere il tempo che fa. - Dannazione richiudo. Basta che taci, le dice assonnata. Poi lei le si accoccola sotto l'ascella e Rossana ne sente il calore e il respiro incosciente di chi alterna la veglia al sonno pesante. - Resta a letto con me quest'oggi Ros. Rossana riflette, non ha nulla da fare. Solo levare il coprisella alla bici, inutile con il sole che ha visto dal vetro. - Va bene le sussurra all'orecchio, rimango. Ma ho bisogno di bere qualcosa, ho la bocca secca e un gran mal di testa. - Rossana scende al piano di sotto, si versa uno, due, tre bicchieri d'acqua frizzante. L'ha comprata Miranda per berne di meno. Porta la bottiglia di sopra e la appoggia vicino alla vodka che sta sul comodino e aiuta dormire. Poi si rimette sotto le lenzuola logore, vanno cambiate. Chiude gli occhi e sente Miranda accarezzarle la pancia.

È sera di nuovo e sono ore che non si muove di lì. Il sole ha fatto in tempo ad andarsene e lasciarla da sola a fissare il palo vuoto. Non sa che fare né che attendere. Suo padre si sarebbe fumato un pacchetto intero di Camel. E poi sarebbe andato a comprarne un altro, ingannando il tempo e il freddo. Per sgranchire anima e gambe. Non fuma Rossana, non è il vizio che fa per lei. Non siamo tutti uguali. Ognuno ha un abito, un colore, un vizio che gli si addice più di altri.
Marzo la sera butta fuori il freddo che tiene nascosto di giorno. La bicicletta di suo padre non c'è più. Per terra: la catena verderame recisa, un paio di mozziconi fossili di cemento, nient'altro. Rossana giocherella con la chiave della bici nella tasca del suo cappotto blu. Gliel'ha data suo padre, la chiave. Magari capita che stasera perdo il treno buono e arrivo troppo tardi, non voglio lasciarla in stazione, lo sai anche tu che qui le bici le rubano. Aveva quel vizio, suo padre. Quel vizio di strofinarsi il naso con le nocche ogni volta che tentava di prevedere il futuro pretendendo che gli si rispondesse. Lo faceva anche col mozzicone in mano e poi, disgustato, lasciava che la cicca cadesse per terra. Senza fissarla, solo con la faccia scura di chi si compatisce. E tutto non era che un istante ma per Rossana era come se lo vedesse rallentato. Quei due vizi, insieme, le erano sempre sembrati scomodi.

Ora che bicicletta non c'è più la solitudine le viene addosso tutta in una volta. Come una cornice che cade, perché il chiodo cade con lei. Seduta al tavolo con la giacca e la chiave in tasca Rossana guarda Miranda mentre mastica l'insalata. - Mio padre s'è buttato sotto la metro, non ci è caduto Miranda. Miranda la fissa per nulla stupita. - Lo so bene Ross, ho visto i titoli sui giornali. - Io non ne ho letto nessuno. - Rossana si difende male mentre Miranda la scruta in silenzio. Poi si strofina il naso con le nocche, la forchetta in pugno si impenna dritta a lato della guancia. Rossana ride e, leggera, s'alza e la abbraccia.

Stamattina è l'ultima mattina d'inverno. Non si vede ma tant'è. La collina è come rinata. Le vigne potate, vecchie, si distendono aguzze. La morte è una prova, la vite immobile cela un tronco nodoso, pregno di vita. Rossana è troppo coperta, ha una giacca di quelle morbide, farcite di piume. Si sente avvampare, dentro, anche se fuori il viso è pallido. L'inverno muore, scivola in quello che non è e tutto in una volta diviene primavera. L'inizio del non essere è più vivo di prima.

06 novembre 2010

Andrea, dalla finestra

Andrea, dalla finestra, ascolta l'acqua bagnare il selciato.
Infilarsi tra le beole del vecchio cortile, formare rigagnoli insistenti imprigionati nel labirinto di Pac Man. Un fiume tenace raggiunge la pozzanghera a destra. E il troppo respiro che s'apre l'annega. Rimbomba nella soffitta la canna dell'acqua che sciacqua il cortile. Caccia l'odore della neve giallastra e ravviva il grigio opaco di brina. Acqua stagnante e piscia di cane gelano insieme nel cocktail del sabato. La finestra aperta appena: l'aria fendente ti pugnala di fronte.
Ma Andrea ascolta soltanto, non vede.
C'è la parte bassa della tettoia che oscura la vista e costringe all'ipotesi.
Si chiede a che ora l'ora d'aria, ritengo
Lo guardo restando distesa sul letto: da lì vedo solo le spalle incurvarsi.
Sbircio dapprima da sopra il mio libro. Una mano a ravvivare i capelli corvini. Riprovo da sotto, il mio mento affonda nel collo di lana. Mi discosto di poco per raggiungergli il viso: ma lo scopro girato di sbieco, e lo sguardo rimane celato.
Mi chiedo che cosa si chieda, là fermo. A sprecare i minuti di un pomeriggio d'inverno.

09 ottobre 2010

Ora semi felice (almost happy hour)

Tre e cinque e cinque e sei.
Giocavo con i fuochi.
Giocavo col fuoco.
Annoiato, dalla finestra del mio primo piano.
Carmen scodinzolava fra i tavolini del mio cinema, con sullo sfondo i taglieri dei salumi.
La volevo in primo piano, lei.
Sparavo a trecento e le vedevo le nocche delle dita, frenetiche in moto.
Gli stuzzicadenti sulle olive. Una freccia nel petto di Patroclo.
Il sangue sul tramezzino o la salsa sull'armatura.
Ben messa, nulla da dire.
E io un cretino con niente di meglio da fare.
Abitavo al primo piano di un condominio anni sessanta, grigio e traballante quanto bastava per non sentirsi al sicuro.
Il mio balcone ad angolo mi lasciava dominare Via Volta e Via Golgi, come un pirata della strada. Un autovelox per moderno piacere.
Cieco.
Ero frustrato e annoiato.

28 settembre 2010

Una storia di precisione



Camminare su quel pavimento poteva dare alla testa ai non esperti del mestiere.

Maturo sapeva come spostarsi senza rischiare capitomboli in assolo.

Aveva imparato a sfruttare gli angoli convessi, i soffitti in fuga, gli scalini faticosi perché fuori misura. Sapeva come aprire il frigorifero senza farlo traballare. Silenziava le bottiglie di vetro separandole con la gomma piuma. L’aveva visto fare in una serie tv di avvocati, dove un tubino di donna si dipingeva le unghie dei piedi rosso scarlatto senza farle combaciare tra loro. Non le unghie certo. Le dita. Diramarsi dai talloni uniti sul tavolo a formare un cuore di carne indurita che l’avrebbe sostenuta come in un carillon. Un ottimo simbolo da fazione politica aveva convenuto un pomeriggio alle urne, davanti a schede elettorali mute, piene di spazi in cui scrivere e disegni schizzati senza alcuna premura.

Quella casa era fatta col culo, gli aveva ripetuto Mirabel dal momento in cui l’aveva visto sorridere serafico e poi annuire impettito al locatario che lo stava apertamente fregando.

31 agosto 2010

Qualqilya esiste


Correva l'anno duemilaequattro quando scrissi il mio primo racconto.

Il cesareo parlato di un' immagine scioccante.
In questa sera di fine estate eccomi a scartabellare sulla rete fino all'incontro casuale con questo articolo.
Con questa città incredibile e il suo muro senza fine. O inizio.
Dolci e duri entrambi, come il marmo di carrara bianco pesca.


Le luci di Qualqilya erano lontane. E Qualqilya affogava nella nebbia, o forse era la nebbia che la soffocava. Questo si chiedeva Hadin, appeso al davanzale della finestra mentre masticava la cannuccia attorcigliata del suo succo alla pesca, arrancando in un pigiamino troppo lungo e pulendosi le goccioline della bocca con i gomiti.


Qualqilya da lì, sembrava lo stadio del Milan, anche se lui in realtà lo stadio del Milan non l’aveva mai visto. Però il Milan avrebbe dovuto avere uno stadio più o meno così.

L’avrebbe sicuramente raccontato a Nahed l’indomani a colazione.

25 giugno 2010

Limes (confini)


Lo so che prima o poi si accorgono.

É chiaro che ora Sara torna e mi trascina con sé di peso.
Posso anche frenare con i talloni rigidi a terra, tanto non serve a niente: mi sporco come un cretino.
Ma finché non succede resto qui, seduto nell'erba scomoda, a controllarmi i nerini in mezzo alle dita dei piedi. Guardo infilarsi le formiche e le forbici che muovono coda e culo come pin-ups del regno animale. Se provo a stringere le dita tra loro, muoiono soffocate.
Di là impazza la piscina di giugno. Ricolma di grida, come un mattatoio deluxe.
Ma io non ci sto a passar sotto il giogo della doccia dolce, gelido spruzzo multiplo che diviene cascata, sulla mia schiena gracile. Allo specchio mi vergogno, sembro un insetto senza arte. Un coleottero senza smeraldo. Trofeo da barattolo e scarto, nemmeno la gloria da esposizione sotto-vetro.

27 maggio 2010

Rapina Lebanche


Rapina Lebanche capitò di maggio.
Un mese di mosche e mollezza stentata, nel giallo d'uovo delle campagne del sud.
Dal giorno in cui nacque, Rapina fu subito sola, ché in paese non vi erano bambine femmine con cui dividere i frutti maturi. Attorniata da ragazzetti sudati, crebbe silenziosa e mascolina, coi denti tanto bianchi che al mordere dei fichi sulle sue labbra sembrava luccicare la rugiada.
Suo padre, diceva nonna Ruta, era un continentale bandito, che le aveva rubato la figlia.
E che dopo aver figliato se n'era ripartito per la Francia. Là dove il mondo finisce e s'inghiotte gli uomini sciocchi. Buoni solo a seminare vergogna.
Si volle così che Rapina portasse cucito il nome del furto sul documento d'identità, accanto al cognome del ladro di doti.
Nonna Ruta lo scelse. Perché fosse monito nei tempi a venire. E chiaro fin da subito a chiunque se la prendesse che s'appropriava d'un frutto indegno. Ché, lo sa Dio, se nonna Ruta di malocchio e disgrazie non ne aveva avute abbastanza!

16 maggio 2010

Blood effect


Helena premeva il rossetto sulle labbra fini.
Le avrebbe volute più grandi e morbide.
Chiuse a cuore sui giornali dei parrucchieri e vanto dei make up artists.
Disegnava attenta il contorno con una matita leggera, per adeguarlo al pallore del viso.
Lo sfondo ideale? Il bronzo accennato. Il respiro di una pelle di velluto.
Le cosce delle bionde quando agosto finisce.
Helena era chiara come un foglio carta. Una cesura nera tra le labbra rubine.
La sua bocca senza parole da dire.
Un nocciolo senza ciliegia.
Uscì dal sottovuoto del bagno e affondò tra i vestiti della gente del locale.

La musica non lasciava tempo di pensare. Ordinò una vodka liscia in inglese al bancone, per sé e per un amico inventato. Tentativo di evasione in sordina. S'allontanò zigzagando verso un'isola di luce. I bicchieri pericolosamente tra gli indici e i pollici. Poi finalmente un tavolo insperato.