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18 aprile 2011

L'accalappiatopi


Ci hanno bombardato. Certo non così forte come credevano. Ma comunque l'hanno fatto.

E non mi hanno colta impreparata. Ho le mutande di ferro, da giorni, io.
Il dorso puntuto poggia sulle lastre dure e ferrose di un'armatura che ho tenuto per il mio momento migliore. Il momento della dipartita. Il momento dei fuochi d'artificio dalle lampade al neon.
Frizzava tutto il corridoio. L'ho sentito frizzare da nord a sud, come la saliva di un serpente che ride. Ah, se Dio l'avesse sentito con me. Sarebbe rabbrividito al sole di aprile che le piogge insistenti rovinano presto.

Aspetto quieta da ore. Quando torneranno e mi rimetteranno in camera, mi farò raccontare della guerra di fuori.
Mi si metta in verticale! Ordino ai miei servi. L'onda rimbalza a lungo tra soffitto e pavimento e torna indietro come un'eco.
Pare che nessuno mi serva. Le voci, i lamenti, i colpi al muro di altri rimbombano e coprono i miei pacati richiami: vorrei l'attenzione che l'ospedale mi deve.
Ad un tratto sento un rumore di un vetro che scoppia.
Sono sempre più vicini. O qualcuno ha rotto i contenitori di vetro stipati negli armadi.
L'ho fatto anche io una volta. Un eccesso di collera dovuto al dolore di un farmaco sbagliato. Ero straziata dall'attesa dello scontro e l'armatura mi pesava nel cervello. Non avevo armi a sufficienza e temevo che gli invasori potessero prendersi tutte le mie collane.

Le collane! Le tengo nascoste sotto l'armatura. Faccio dei tagli leggeri sul collo e spingo i semi di alcune fin sotto la pelle. Le ferite sanguinano, ne ho un paio con un'infezione in corso. Deve essere a causa di un ciondolo d'argento che apparteneva alla donna che mi ha fatto da madre. Quando sanguinano in modo poco controllabile chiudo il corsetto di ferro con due ganci al posto di uno, così da soffocare il dolore, oscurare la luce, levare l'aria. Senza qualcosa con cui reagire, sottovuoto, la pelle umida si raffredda e muore. E con lei muore il dolore.
I miei buchi nel petto contengono perle e ciondoli di rara bellezza.
La pelle è la loro armatura.
Le proteggo dal nemico che in cambio infetta e corrompe.

13 maggio 2009

Lalineadelcambiodidata

[dodici giugno ore dodici
fuori dalla tenda]


Seduto. Testa tra le mani.In bilico nel tempo. Col silenzio assordante dei tropici senza stagione. Tocco le poche cose che ancora possiedo. Le mani, le dita, le ciglia. No le ciglia no. Incenerite dal fragore delle mine. Cadute a terra come aghi di pino secchi.

Lasciando il mio viso nudo e spettrale. Vittima della sua totale mancanza di forma.

Ma l'alba dei due giorni sorge, lasciandomi impreparato e mancante. Stendo le dita aldilà della convenzione. Suonando i meridiani come le corde grasse di un basso. O di un'arpa. Avrebbero dovuto spostare le convenzioni o le mie convinzioni. Interrompere questa guerra. Ricominciarla da un'altra parte, in una location diversa. La pausa caffè di una partita di Risiko. Cambiare set, non la causa. Ma io, nella frenesia molle di un cambio palco stanco, ho perso l'orientamento. E le motivazioni che tutto muovono. Nel regresso all'infinito della causalità che mai inizia.

E, terrore, mai finisce.