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09 maggio 2012

Propagandhi (do you remember?)

Un racconto con cui ho partecipato a Subway Letteratura è finito qui. 
Magari finisce anche nel cartaceo, magari non ci finisce. Però finché resta sul sito, potete accedervi e leggervelo direttamente lì. Del resto finché non cambiate numero di telefono le persone vi telefonano e finché non cambiate indirizzo vi si viene a trovare. Talmente elementare che annoia anche me.

Dimenticavo, il titolo è La Madre del Mondo. Il genere Gennaio si Ribella.

Intanto così, per sport e nostalgia, ascoltatevi questo.

26 aprile 2012

Repertorio de' Pazzi

Una era borghesemente vestita, e se ne stava nell'aiuola di fronte al palazzo di giustizia a leggere ad alta voce sentenze di alto materiale giuridico.

 «Per naufragio doloso, sono due anni di confino, signori. Che avete da guardare, il nylon non vi piace?» La mezza stagione non aiuta. Marzia abbassa i denari delle calze e le sfila con la punta delle dita, delicate da sfociare nel disgusto. «È un difetto di lealtà, capitano, è l'equipaggio di una nave che ne inscena la deriva e ne chiede risarcimento.» Anche le collane divengono leggere, la pesantezza del metallo macchia la pelle, le pieghe del collo si sporcano, e sudano. Marzia ha perle bianche, come se marzo le tingesse di un insano pacifismo. Le allontana come uno scialle e le scuote. Di continuo. «Il confino, o la forca signori, a chi per dolo o trascuratezza contraffà il giornale di bordo. Non ne faccia una questione di diritto, lei! Qui si tratta di dovere o del senso che ne abbiamo.» Così, a primavera, Marzia sistema la carta di identità come vorrebbe davvero che fosse, lo spread tra ciò che è e quello che vorrebbe per sé. Poi esce, raggiunge il palazzo di giustizia, si siede sul quinto scalino e ricomincia «ed oggi a voi signori, canto numero ventuno, la morte per reato di concussione, la bolgia per chi pecca di baratteria.»

12 marzo 2012

Altrove

I binari filano dritti come le code dei gatti, girano rettamente senza che il vagone si curvi. Alcuni lo fanno cauti, come per timore di cambiare idea all'ultimo istante, per la moglie a casa o i pensieri altrove. Altri lo fanno decisi, hanno una sorta di autostima che permette loro di non pensare alle conseguenze. Certi treni danno la nausea a chi, mal seduto, proteso al finestrino, s'aspetta di curvare, prima o poi. - Ha forse già curvato? - chiede l'impaziente - e non me ne sono accorto? - ribadisce preoccupato. Pochi gli rispondono perché il treno è un affare galante, che solo gli amanti di un rischio sottile possono comprendere e quindi godere. Certo è, che un treno non curva, che un binario curva di rado, che di vagoni ricurvi non ne ricordo. Così accade che ogni volta che salgo, controllo il convoglio, domando, questiono, ritardo più che posso il momento del salto. E quando sorpasso la fessura buia, taglio retto tra la terra e il treno, lo faccio con la certezza che lascio le storture del mondo per la durezza cristallina di un cammino diritto. E abbandono la mente al suo moto oscillante, ogni volta difforme, ogni donna è diversa. 

Sai l'amore a che serve se non sei un uomo galante? A fare dei tuoi cocci, un vaso di pianti.

13 febbraio 2012

Writing a sex scene

[Monster's Ball, USA 2002]

«Tenga», Elly allungò un bicchiere a Bill e tenne la bottiglia per sé. Parlava, parlava così fitta che Bill non capiva se lui fosse lì perché lei gli parlasse. Si sentiva un bersaglio, sprovvisto delle energie per rimanere saldo. Aveva le braccia scomposte: su quel divano sfondato non sapeva dove metterle; le gambe rigide, piegate perché le persone sedute le piegano. Le dita arpionate alle ginocchia, verticali come pinze. inopportune, anormali; solo la mano destra aveva uno scopo, consolata dal bicchiere di whisky. «E allora, lei mi capisce. Erano tanto belline, rosse, e io piacevo a quell'uomo. Me le ha date a credito, me le sono meritate». S'avvicinava Elly, batteva la mano sulla coscia di Bill, poi sulla sua, poi di nuovo su quella di Bill, più vicino a dove lui poteva sentirla. Lo stesso dolore asciutto, privato dell'umidità dei pianti spesi. Sentiva la coscia pulsare, la ritraeva, ma Elly avanzava concava, usava entrambe le braccia ora per battere su di sé e su di lui, così che il dolore fosse uno solo, un bruciore costante, cutaneo. La macchia insolvibile che li aveva corrotti e, pensò Bill, attratti fin lì, senza inganno, solo per salvarli.
 «Li ha fatti tutti lui, l'unica cosa che quel negro ha lasciato a mio figlio» «Dev'essere una cosa di famiglia», era sinceramente interessato alle forme che il ragazzo aveva tracciato sulla carta. La pienezza dei disegni che si prendono la perfezione delle persone che li contemplano e le lasciano a trasandarsi, disperate. «Elly, non so cosa devo fare per lei, io...» e fu allora che Elly se lo prese. Lo fece senza grazia, gli si aggrappò perché lo voleva. Cercava la perfezione per suturare la macchia, colmare il suo corpo, disperato e creditore. Si piegò per averla. Per averlo da dietro ed essere spinta, incoraggiata. Fino alla fine, per vedere cosa c'era dopo, per consolarsi e tamponare dolore. Ricominciarono più volte, senza mai davvero fermarsi e riprendere. Come dopo la morte di un figlio, quando il tempo sembra aspettare di vedere l'uomo fallire di nuovo. Lo spazio sul tappeto era misero, minacciato dagli spigoli del tavolo. Bill non credeva di poterla sentire così, tra il rumore violento degli oggetti persi, ma il bisogno era talmente straziante che affondando in lei, il piacere ribolliva fino a schiumare fuori di sé.
Così, quando fu calmo come solo il vuoto finalmente riempito può mostrarsi, la guardò negli occhi e glielo disse.

08 febbraio 2012

Se smetto. Smetto di respirare.

Io scrivo perché sennò non c'è gusto.

30 dicembre 2011

Spread

La naturalità con cui si fanno i bilanci a fine anno coccola i nostalgici a viso aperto. Non amo chiudere e riaprire il tempo, forse per il fatto che tendenzialmente ragiono ancora in anni scolastici e trovo scomodo il cambio d'agenda.

In questa casa, da cui si domina la periferia sud della città, se sono fortunata riesco a scorgere il Monviso. Col cielo terso di questi giorni, sembra che si possa vedere sempre una cima in più di quella grande catena che abbraccia, con le dovute distanze, noi, cittadini delle piane gelate. Un tempo le avrei misurate a spanne, le piane, distese a quadri attorno ai palazzi. Contando il numero di porci da farci pascolare e figurandomi il campo subito, come le sarte con le misure. Ma oggi non posso, non so nemmeno quanto spazio occupa un maiale adulto.
L'anno prossimo, magari, ci sarà una giornata talmente tersa che il Monviso riuscirò a fotografarlo. Quest'anno non ne sono mai stata capace. Così bianco che il cielo non lo vede, lo copre per errore. Io preferisco aspettare il momento giusto. Attendo di imparare a vedere più nitido o a fotografare meglio. Immaginando cosa possa esserci lì, al centro di quello spazio muto, tra quello che siamo e quello che dovremmo essere, tendenti a una virtù non insegnabile.  Forse la volontà. Forse l'istinto.

Lo spread, alla fine, non è nient'altro che questo spazio.

03 novembre 2011

L'alba di notte

Ce ne stiamo lì e nessuna sa bene cosa dire. Tra me e te e l'inizio della pista ci saranno sì e no tre metri. Formiamo una sorta di triangolo rettangolo silenzioso. Io, te, la pista. Tre nei in questa luce innaturale piena di rumori. L'alba di notte, sopra la Malpensa, è una bolla che tiene dentro tutto quello che ci sta. Come un ascensore lo inghiotte e avanza. Guardo l'aeroporto come si guarda un UFO, con la stessa superficialità che fa sentire forti, il senso di superiorità vile che sostituisce la pigrizia quando ciò che non si conosce è da molti giudicato inspiegabile.

Ne fanno una malattia gli uccelli, di questa luce. Non riescono a migrare davvero, il bagliore li inganna facendosi credere altro. Il corridoio naturale del Parco del Ticino è sporco di una macchia nuova. Tu hai la felpa illuminata a giorno anche se sono le tre del mattino. È come se ci costruissero una piramide in bagno Elisa, e tu che fai sempre lo stesso percorso dalla camera al bagno te la trovi tra i piedi, cambi la rotta, passi sopra una piastrella su cui prima non passavi e raggiungi la tavolozza. Che sfortuna, non è una buona piastrella quella, è montata male, la via di fuga è stuccata alla buona, non è una piastrella da passeggio, è una piastrella vicino al water. Tanto vicino che chi vuoi che ci passi. Ma tu ci passi sopra e lei alla lunga collassa, si spezza. Per colpa della piramide Elisa, non del muratore. Per colpa dell'aeroporto Elisa, non del riscaldamento globale.

26 maggio 2011

Come deve andare

Mi piace la pioggia estiva.

La trovo spietata. Tira su tutto un sapore di sporco naturale. Come una digestione trasandata, coi pezzi di carne amara che di otturano il naso. Quando la nausea ti impone di sdraiarti e immaginare. Cosa ti succede dentro.
- Non puoi nemmeno immaginartelo - 
Nadia mi guarda e mi chiede come la vedo. La vedo stanca. Affaticata. Con gli occhi vacui, gli zeri soli e bianchi dei conti a fine mese. Accennata e insicura, si sta bagnando tutti i capelli con l'acido obbligatorio polimero di ciò che piove. - Devo cambiare casa, ancora una volta. E' come staccarmi dal cordone ombelicale, ogni otto mesi il trauma del distacco. Ogni otto mesi, comunque prematuro.

Dall'asfalto umido viene su tutto un sapore di rancido. Le persone a brandelli lasciano la pelle secca della fine dell'estate, come squame lucide, sul fondo del letto. Perdono i pezzi, le caviglie si spelano come gomma bollente per il troppo sfregare. Lasciano  briciole molli che impregnano le lenzuola logore. E la stoffa sa di essere umano.

- Mi sento uno straccio. E una marionetta che esegue gli ordini - Nadia di stoffa beve il caffè bollente. Il palato non sembra curarsene. Ne assorbe l'aroma crudo e definito. Affoga tra le pause lo stoppino della mia candela rosa pesca e mal di testa. Stenta a restare accesa, nonostante io insista con lo stuzzicadenti, lo stoppino si piega e inzuppa il viso nella pozza di cera.
 - Non ci voleva, aspettiamo la prossima campagna - Le dico, disillusa che sia quella buona. Solo per prendere tempo. - Magari si tratta di qualcosa di semplice, qualcosa che motivi la nostra buona intenzione. Dove la creatività si piega al tema - La interrogo con gli occhi. - All'uomo - rincaro.

03 maggio 2011

Lo stato scolastico dell'anima

Quanto può durare un semaforo rosso. Due, tre, quattro minuti.
Iago è intento a non perdersi nemmeno uno sparo, avanti e indietro dondola ai blocchi di partenza.

Quanto può durare un semaforo rosso, quando piove a dirotto e si è a cavallo di una bicicletta. Nessun impermeabile o ombrello di sorta. Niente di niente, solo il frastuono della pioggia grassa sul pavimento lercio. Sul parabrezza, sul parafanghi. Sulla coltre d'erba che buca il cemento scuro. Sulle lenti degli occhiali piove più forte e acuto che sulle mani strette al manubrio di gomma dove le gocce molli s'accasciano larghe. Le auto perpendicolari passano. Iago sta fermo, non ha molto tempo, ma sarà costretto a passare a casa prima di ricominciare a lavorare. Inzuppato come segatura sulle piastrelle d'entrata.

Quanto può durare un semaforo rosso affinché Iago si senta effettivamente inerme, sotto scacco dell'acqua di aprile. Pochi minuti. Il tempo della doccia negli spogliatoi. Veloce e mirata. Per mondare l'anima tutta con la pioggia ortogonale, fino al midollo e indietro. Ad ogni domanda la sua risposta. Prima che col verde si ricominci a porre domande. E non potervi rispondere, per mancanza di tempo a pensare come.

Quanto può durare un semaforo rosso affinché a tutte le domande siano date risposte. Mai abbastanza perché non frulli nel cervello una nuova questione malposta, malrisposta e, ahimé, malcelata.

Si chiede spesso, Iago, cose a cui raramente risponde.
Quanto può durare un semaforo rosso, in bicicletta, quando piove?


31 marzo 2011

Conciliazione


Gentili, educate, più dolci, buone, più calme, tranquille, comprensive, sensibili, molto pazienti, apprezzabili, spiritose, simpatiche, curiose, allegre, sincere, affettuose, carine, bellissime, più brave, fantasiose, amichevoli, socievoli, accoglienti, generose, delicate, eleganti, più alla moda, più ordinate.

Così si vedono al positivo le bambine della brava Loredana che barcolla e domanda definizioni in negativo che spaziano dal pettegolo al ficcanaso, dal ruffiano al chiacchierone, dall'irresponsabile all'invidioso e terminano languidamente in una fragile, arrogante, debolezza.

Così ci saremmo viste io e te da piccole, mentre, chiuse nei nostri impermeabili coi bottoni a pressione, aspettavamo che qualcuno ci recuperasse fuori dalla palestra? Chi lo sa. Facevo la coraggiosa io ad andar su al circolo della sportiva, con il fumo in entrata e il fumo in uscita. E il caldo del fumo all'interno che scherma. Cambiavo i soldi in monete da duecento lire e per tre minuti di fila inserivo, giravo, aspettavo, afferravo cicche tonde a pallina.  Presto tornavo vincente, coraggiosa, potente e desiderosa di approvazione.

05 febbraio 2011

Gli effetti collaterali dell'Hi-L


Gli aerei americani, pieni di fori e di feriti e di cadaveri decollavano all'indietro da un campo d'aviazione in Inghilterra. Quando furono sopra la Francia, alcuni caccia tedeschi li raggiunsero, sempre volando all'indietro, e succhiarono proiettili e schegge da alcuni degli aerei e degli aviatori. Fecero lo stesso con alcuni bombardieri americani distrutti, che erano a terra e poi decollarono all'indietro, per unirsi alla formazione.
Lo stormo volando all'indietro, sorvolò una città tedesca in fiamme. I bombardieri aprirono i portelli del vano bombe, esercitarono un miracoloso magnetismo che ridusse gli incendi e li raccolse in recipienti cilindrici d'acciaio, e sollevarono questi recipienti fino a farli sparire nel ventre degli aerei. I contenitori furono sistemati ordinatamente su alcune rastrelliere. Anche i tedeschi, là sotto, avevano degli strumenti portentosi, costituiti da lunghi tubi di acciaio. Li usavano per succhiare altri frammenti dagli aviatori e dagli aerei. Ma c'erano ancora degli americani feriti, e qualche bombardiere era gravemente danneggiato. Sopra la Francia, però, i caccia tedeschi tornarono ad alzarsi e rimisero tutti e tutto a nuovo.
[ Kurt Vonnegut, Mattatoio N. 5]

Gli effetti collaterali dell'Alta Letteratura sono spesso imprevedibili.
Quando sono colta di sorpresa da una pagina di Hi-L (sulla scia di Hi-Fi, Hi-Fun, Hi-Tech, Hi-Mum) ho un rialzo della pressione, la tachicardia e un calo fulmineo dell'attenzione.

27 gennaio 2011

Ambiente, cronaca più o meno nera, epilogo.


Arrestato a Saint-Ouen, un signore sulla sessantina, certo Gallot.
Tentava di inoculare ad alcuni soldati il proprio antimilitarismo.
[Félix Fénéon, Romanzi in tre righe]

23 dicembre 2010

Banale a Natale

Le banalità che si dicono a Natale non mi hanno mai infastidito.
Il fatto che tale fenomeno non fosse altro che un marchingegno ideato per mettere in moto la cassa continua, per salvare i commercianti dalla crisi, i politicanti dai doveri di assemblea, i lavoratori dalla morsa degli stipendi risicati, i bambini dal sobrio grigiore del non esagerare non mi è mai sembrato un problema reale.

Non che non condividessi la piatta verità di queste opinioni che il rigore della logica porta ad affermare senza fronzoli o merletti. Semplicemente a Natale ho sempre avuto la testa impegnata altrove.
Ad arrivare il prima possibile a gennaio per esempio.
Colpa degli affaticamenti nelle botteghe e nei supermercati dove prestavo servizio stagionale e cercavo di prendere il meglio spremendo il succo di agave con il cervello, immagazzinando e provando a riversarlo sui fogli di carta. Inventando, mentendo, raccontando, costruendo storie parallele che potessero spiegare (e giustificare) la mia presenza lì, oltre all'obiettivo venale di guadagnarmi le vacanze di agosto.

26 dicembre 2009

seria(e)Infinita


papà pensavo di proporti un progetto
una cosa insieme che duri nel tempo
col tempo potrebbe volerci più tempo
non sempre i calcoli sono giusti e mirati
possono essere una spina nei reni
ma già che lo sai, ricordi anni fa?
l'ospedale in città?
quale città io non lo ricordo
colpa dei miei pochi anni di vita
o della mia confusione sui luoghi

colpa tua, il mio miscuglio di sensi
colpa tua, il mio stare in disparte
colpa tua, il mio bisogno di ordine
di pianificare l'utilizzo pesato
dei soldi del mese e della voce mediana,
la tromba d'aria dei sentimenti
falla passare in una cannuccia
e poi suddividila attentamente
pezzo per pezzo, ad ognuno una parte
assicurandoti di non dimenticare nessuno

stremato dai conti di un calcolatore
alla fine rimane un qualcosalasciato

analisi infinitesimale dell'affetto precario
l'indivisibile che non esiste
con cui convivo per forza o destino

sarà sempre colpevolmente mancante.

11 dicembre 2009

i telegiornali di ieri

non riusciamo nemmeno a incontrarci
due ore ferme a scrutarci
la fronte
le idee tra le rughe
stanche
davanti ai fatti
alla fine dei telegiornali

apro la porta a vetri di casa
e c'è solo il rumore del riscaldamento
un momento
e poi via di nuovo
me li farò raccontare domani
i telegiornali
di ieri

19 ottobre 2009

solido


il differenziale del tuo chiodo fisso
è la solidità dell'abbraccio
del fusto
del ramo
del frutto

tutto
appare in funzione di come ti sono strizzate le membra
fra le braccia di chi sa come trascinare la tua pressione
produttiva ai livelli minimi per reagire

come la pancia sotto i jeans a vita bassa
o le gote gonfie
per il troppo sorridere

e così, piena della stretta di un abbraccio,
cammino settimane
sul tuo
torace
solido

10 ottobre 2009

kubrick sul balcone

il triciclo avanza all'impazzata sul balcone di corte
mentre mi taglio le unghie dei piedi

dorsi di balena solcano il davanzale
e il rumore assordante di due ruote lanciate
liberate sulla discesa
imploranti l'assenza dell'inerzia

dormo

in attesa dell'aria che fischia sorda
nelle ore buie d'inverno

topi

non sai perché, ma si chiude
il diaframma, lo spiraglio di luce, lo spettro di possibilità
e io mi sento solo sola a tenere aperte le porte dell'ascensore
con la fatica di chi spinge ed è respinto
spinge ed è travolto
spinge ed è come fosse in panciolle

passateci sopra, il tempo consola
passatemi sopra, come sulle strisce pedonali

mi chiudono dentro la metro gialla che da porta romana si scontra col duomo
ne esco a fatica, frastornata dal dubbio di un guasto inventato,
una città onnipresente e mai nota, un parcheggio che chiude
si chiude il mirino del mio occhio stanco
lo stringo sparando lacrime solide all'invasore guardingo

al semaforo topi di notte scorrono sotto il mio umore radente
qui
dove non cambia mai niente

17 febbraio 2009

La disgregazione della ex jugoslavia tra il 1990 e 1998 ha prodotto da sola 2 milioni di profughi

signorina dove crede sia tutta questa gente?
signorina cosa crede che sarebbe bene fare?
signorina cosa crede che sarebbe stato bene fare?
signorina crede esistano per davvero i serbo-croati?
signorina lei in cosa crede?

il mio risveglio col sole

16 novembre 2008

per il Re sto bene

oggi è un sabato sera tardi
il giorno in cui questa settimana vado a letto più presto
sotto la pelle ho le molle che saltellano come pazze
che mi si rompe il corpo del divano se non tengo a bada pensieri e sensazioni
tengo e schiaccio giù, tutto giù.
Giù mia dama.
Giù in gola, a metà tra lo stomaco e il cuore, ci metto la mollica
o la cartaigienica come nei fori delle porte dei bagni in università
così argino il sangue e il bene che strarìpa.

ti amo, ma solo se ti vedo, non preoccuparti.
per il resto bene.
per il re sto bene.