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30 gennaio 2011

Cioccolata Amara

Amara si leva le scarpe. Tutta una bretella di stoffa e di gomma che a malapena si capisce da quale buco debba entrarci il piede.
Pezzettoni di terra gli graffiano la pelle, gli si infilano là sotto, dove la caviglia diviene un rotondo, uno spuntone piatto, metà osso e metà muscolo e che, come una puntura, inizia a prudere e si arrossa la pelle scura.
Amara non può soffrire il fastidio di tanto solletico. Tanto vale andarsene a piedi nudi per il sentiero del campo e toccare la terra con dita e talloni, ora che il sole tramonta e che una freschezza che rigenera s’arrampica fin dentro le ossa.

Il campo che sta attraversando è di un signore alto con una lunga cravatta porpora, amico di suo padre. Amara ogni mattina passa di lì per andare alla scuola di Tiassalé. Delle volte si ferma con i suoi amichetti e dà loro una mano a raccogliere i semi lunghi come becchi di uccello che ornano le piante di cacao. Si ferma per poco, un’oretta, al massimo due e poi riprende la strada per Tiassalé. A scuola ci sta quanto basta per divertirsi e annoiarsi, poi rientra per la solita strada e sa che se arriverà troppo tardi i suoi amichetti saranno di nuovo al lavoro. Amara cerca allora di sbrigarsi, così da mangiare qualcosa con loro e fermarsi al campo fino a sera.

23 dicembre 2010

Banale a Natale

Le banalità che si dicono a Natale non mi hanno mai infastidito.
Il fatto che tale fenomeno non fosse altro che un marchingegno ideato per mettere in moto la cassa continua, per salvare i commercianti dalla crisi, i politicanti dai doveri di assemblea, i lavoratori dalla morsa degli stipendi risicati, i bambini dal sobrio grigiore del non esagerare non mi è mai sembrato un problema reale.

Non che non condividessi la piatta verità di queste opinioni che il rigore della logica porta ad affermare senza fronzoli o merletti. Semplicemente a Natale ho sempre avuto la testa impegnata altrove.
Ad arrivare il prima possibile a gennaio per esempio.
Colpa degli affaticamenti nelle botteghe e nei supermercati dove prestavo servizio stagionale e cercavo di prendere il meglio spremendo il succo di agave con il cervello, immagazzinando e provando a riversarlo sui fogli di carta. Inventando, mentendo, raccontando, costruendo storie parallele che potessero spiegare (e giustificare) la mia presenza lì, oltre all'obiettivo venale di guadagnarmi le vacanze di agosto.