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22 novembre 2011

L'Astrogatto e Margherita

Non è semplice essere astrogatto, Margherita.
Ti dirò di più: uno come come me, nato astrogatto e morto non si sa, si è spesso stufato d'esser guardato con ribrezzo da gatti ed astrogatti che tentavano di atteggiarsi a pelosoni da compagnia. Dovessi vedermi, bambina, non mi riconosceresti. Se sei una cattiva osservatrice, mi chiameresti gattaccio o giù di lì. Ecco, avveditene, non sono giù di lì. Sono un gattaccio verace con tutte quelle malattie che tu credi io abbia. Ebbene, sì, le ho tutte. Lo vedi il pelo ispido e biancastro che viene fuori come un ciuffo fuori taglio dalla mia pelliccia scarna, consumata dalle lotte? Converrai che non è proprio un belvedere. Difatti non lo è e, per di più, se mi scruti attentamente, noterai cicatrici marronastre, gonfie come i bozzi della pizza quando brucia, stare sotto al pelo bianco quasi a dire che dal bozzo neanche il pelo vuol nascer nero. Vero. A guardarmi paio averne passate di ogni. Ed è qui che si cade nell'inganno. L'astrogatto nasce brutto e sfortunato. Le malattie lo affliggono, le mosche lo tormentano, le gatte lo rifuggono, le astrogatte si accontentano. Dalla sua ha quell'aria rock'n roll, da gattaccio maledetto, che non esclude il colpo grosso con le gatte a cui piace incorniciarsi coi rottami. Ma ormai, con i tempi che corrono, anche il gatto d'osteria è passato di moda e l'astrogatto rimedia solo qualche amico che, astrogatto come lui, bighellona volentieri in cerca di avventure nei parchi di città.

20 ottobre 2011

Il Gioco dell'Oca

Si sarebbe messo quel grande cappello a forma di oca a costo di apparire ridicolo. Non gliene importava un fico secco che a Karim desse un po' fastidio farsi vedere in giro con lui con quella cosa in testa.

Sulla Montagna dei Nori, tutti avevano un'oca abbastanza forte da farli stare tranquilli. Era una montagna lontana da ogni altra montagna. Le sue pareti andavano su diritte come pali appoggiati l'uno contro l'altro a formare la montagna perfetta. Anche se non era poi così alta, la Montagna dei Nori, a causa di quella dannata forma a capanna d'indiano, s'allontanava dalle altre circostanti isolandosi e isolando i suoi abitanti gli uni dagli altri. Si era vicini di casa in verticale e accanto raramente si riusciva ad abitare in più di due casupole. Per non parlare delle botteghe e dei terreni. In uno sputo di terra s'ammassava il bestiame e le case erano una sopra l'altra, accodate su di una parete così scoscesa da sembrare finta. Così in molti si erano procurati un'oca da guardia, la mettevano lì, tra il recinto e l'uscio, a far paura ai passanti sparuti, perlopiù arrampicatori onesti con la voglia e la fuscia di arrivare in cima.

02 settembre 2011

Lampedusa Hoppers

Samir è un saltatore. Una molla spaziale. Uno dei migliori di El Kala, la città tunisina dove ha sempre vissuto, riserva naturale ricolma di uccelli e pesci migratori, dalle lunghe ali e pinne possenti. In famiglia conta un nonno corridore, morto giovane ma con una fama che pochi possono vantare. Oltre a lui, nessun altro sportivo. Solo Samir, quattordici anni e una carriera ancora da intraprendere ma, a suo dire, le distanze saltate cantano fin da ora la gloria che si merita.

È uno sbruffoncello questo ragazzino dalla pelle chiara per cui il sole non riserva nessuna premura. Nonostante le gambe forti e la statura importante, la voce è quella di un'allodola che si specchia nella polvere. E, ad agosto, a Lampedusa, la polvere resta attaccata ai sandali, insieme alle briciole scure dell'asfalto rovente: s'alza quando Samir stacca il piede buono da terra, e resta in aria nell'attesa che lui atterri, quasi sei metri più avanti di lei.

25 aprile 2011

L'alba dei mesi

La mattina Yuki si alza all'alba. Ancora il sole non è sorto, ma lei è già vestita di tutto punto. Calzoncini e maglietta, calze di spugna, scarpe da ginnastica: le stringhe ben annodate a formare un doppio fiocco giallo e argento.
E' giugno e la città è confusa.
Confonde chi vi arriva e la sente frenetica.
Confonde chi la lascia per villeggiare altrove.
Non sono nemmeno le sei. E chi ha un giorno interno di lavoro che lo aspetta, a quest'ora, ancora dorme.

Yuki invece ha già gli occhi arzilli e l'energia che formicola nei polpacci.
L'ora è propizia: nessuno sul marciapiede, nessun moscerino a turbarle le narici.
L'aria è frizzante e l'asfalto tiepido, pronto a divenire bollente, sfrega duro contro la gomma delle sue scarpe.
Yuki corre per quarantacinque minuti filati: li conta con la musica che si infila nelle orecchie. Tre minuti circa a traccia, quindici canzoni. I chilometri non le interessano. Non le interessano gli spazi, le interessano i tempi.
Yuki non è una persona precisa. È testarda, risoluta, ma non precisa.
Così succede che spesso cambia il percorso, se ne infischia delle salite, delle strade trafficate, dei cavalcavia. Gira a destra dove più spesso gira a sinistra. Continua diritto, se le sembra di scorgere una via mai notata prima. Fa inversione se non le piace l'intorno, corre sotto i portici se piove e sul posto se il semaforo è rosso. Salta le pozzanghere, saluta, danza a tempo con le basi.
Yuki non si ferma quasi mai. Nemmeno se incontra qualcuno di conosciuto. Si limita a salutare in corsa, come se fosse in auto. 

14 marzo 2011

La tasca da bagno


Fandonia è un posto per persone ripetibili. Ad eccezione dei denti.
Quelli non ricrescono mai.

Germano è disteso malamente sul divano. Con la schiena incrinata attende paziente l'ora di cena. A tempo con le lancette silenti si mangia le unghie - maledetto cannibale - per attenuare la fame e far fronte alla crisi economica, eccezionale e mai vista prima, qui come su ogni pianeta. Intanto lamenti bestiali dal bagno scuotono il pavimento sciatto, piastrellato a tratti nella terra d'insieme.
Ed ecco un rumore più forte – Santo Garrupo! – barcollano i muri opachi di plexiglass. Si rompono, cadono, ricrescono. Svogliato Germano ciabatta fino alla porta del bagno – scansafatiche lento a morire – nemmeno fa il gesto di levar la coperta dai piedi.
Inciampa, cade, si spacca la mandibola e una vertebra del coccige.
Si rialza e tutto ricresce.

Di là, oltre la porta, la tasca da bagno è umidiccia e scura. La juta bagnata del Bangladesh odora di stagno. Fandonia ne esporta di non odorosa, ma Germano non se ne cura.
Sospira l'animale penoso. Germano fa per pettinarsi ed intinge il polso nelle fauci scure della tasca numero uno. Afferra il pettine e comincia col tracciare una riga al centro della sua testa ricurva. È allora che la tasca da bagno ruggisce e s'agita appesa a un chiodino puntuto e provvisorio, ficcato nel muro a metà, incollato con la pasta universale, cicca fissa-chiodi al sapore di mirtillo. Pare la tendina d'un film di Hitchcock, peccato il colore chiaro che ne insulta il potere spaventevole.

11 febbraio 2011

Volentieri

L'asino Bottone è stanco e svogliato.
Sta lì nel suo recinto di legno scuro, in un esagono d'erba che pare non bastare mai. Quando è domenica le braccia dell'uomo si protendono verso il suo muso annoiato e ne richiamano l'attenzione con urla e schiamazzi.
Al ché, disarmato, Bottone trotterella lento e monotono verso il recinto per farsi imboccare di paglia e fieno dai visitatori del parco ad aprile. Sa che se riga dritto e non fa il solito testone, poi arriva Tancredi con un paio di mele e un secchio d'acqua fresca.
Morbido com'è lo si accarezza volentieri, ma Bottone soffre un solletico bestiale e ogni volta si trattiene dal ragliare come un ossesso quando i bambini con le mani di formica gli solleticano il dorso. Quando qualche volta scoppia per le risa è un pasticcio colossale: i bambini gli fanno il verso disperati, ululando ininterrotti come antifurto e gli accompagnatori si allontanano impauriti. Tancredi allora lo fulmina con lo sguardo e si avvicina al recinto con le mani sui fianchi. All'istante Bottone smette di ragliare e si ritira all'ombra della siepe cercando un po' di pace per schiacciare un pisolino solo, con la solita mosca senza nome che gli ronza a spirale tra le narici.

30 gennaio 2011

Cioccolata Amara

Amara si leva le scarpe. Tutta una bretella di stoffa e di gomma che a malapena si capisce da quale buco debba entrarci il piede.
Pezzettoni di terra gli graffiano la pelle, gli si infilano là sotto, dove la caviglia diviene un rotondo, uno spuntone piatto, metà osso e metà muscolo e che, come una puntura, inizia a prudere e si arrossa la pelle scura.
Amara non può soffrire il fastidio di tanto solletico. Tanto vale andarsene a piedi nudi per il sentiero del campo e toccare la terra con dita e talloni, ora che il sole tramonta e che una freschezza che rigenera s’arrampica fin dentro le ossa.

Il campo che sta attraversando è di un signore alto con una lunga cravatta porpora, amico di suo padre. Amara ogni mattina passa di lì per andare alla scuola di Tiassalé. Delle volte si ferma con i suoi amichetti e dà loro una mano a raccogliere i semi lunghi come becchi di uccello che ornano le piante di cacao. Si ferma per poco, un’oretta, al massimo due e poi riprende la strada per Tiassalé. A scuola ci sta quanto basta per divertirsi e annoiarsi, poi rientra per la solita strada e sa che se arriverà troppo tardi i suoi amichetti saranno di nuovo al lavoro. Amara cerca allora di sbrigarsi, così da mangiare qualcosa con loro e fermarsi al campo fino a sera.

22 novembre 2010

Ombrelli di pollo


La nonna di Ugo ha un ombrello di piume.

Pare un pollo ad ali spiegate. Ugo lo guarda con attenzione da sotto la protezione del braccio magretto che lo tiene impigliato alla nonna.

La nonna di Ugo ramazza le erbacce di fianco al pollaio. Erbe misteriose e senza nome.
Non si capisce come possano essere nate nell'orto, chi ce le abbia messe e quando. Di sicuro è stato durante la notte, quando tutti dormono e nessuno sta lì a fissare chi entra e chi esce dall'orto comune.

Piove ed Ugo sbocconcella un panino di pan carré seduto sulle scale dell'ingresso di casa. La nonna afferra un pollo per i piedi, lo agita forte come un ombrello da borsetta che non vuole aprirsi e gli tira il collo finché non la smette di dimenarsi. Al ché il pennuto fa l'occhiolino a Ugo che tira su col naso e distoglie lo sguardo voltandosi da un'altra parte.
La nonna sussurra al vento buoni consigli e, quieta, appoggia le zampe del pollo sulle spalle, il pollo s'apre a fungo ed ecco di nuovo l'ombrello di piume. Così riparata, continua a ramazzar erbacce e zozzerie dall'orto umido e provato dall'inverno austero. Poi, per scaldarsi, si cena col brodo, la carne e le ali di pollo.

20 settembre 2010

Soltanto ciambelle

Giusy mangiava soltanto ciambelle, dolciumi croccanti e tortine di miele.

Nel suo biberon avanzava il latte tiepido e dal forellino di gomma riusciva a risucchiare grumi incredibili di biscotti e cereali. Amava il fondo delle tazze a merenda con le briciole mollicce attaccate l’una all’altra e lo zucchero abbondante spruzzato di limone.
Era grassottella di natura e tutti quei biscotti le ammorbidivano gli zigomi, i gomiti e le ossa puntute delle dita.

Quell’uggioso lunedì pomeriggio, alla festa di compleanno di Xue, Giusy arrivò per le quattro, dopo il suo corso di nuoto quotidiano, affamata come una biscia.
Da Xue però Giusy non conosceva quasi nessuno e, appena entrata nella stanza dei giochi, cominciò a morire di imbarazzo tra quei compagni nuovi di zecca.
Le si era chiuso lo stomaco e aveva rifiutato ogni dolcetto o salatino che non avesse una forma già nota e già mangiata. Solo nuvole di drago e gelati infiammati. Tutt’attorno bandierine ed ideogrammi. E musica da discoteca che pareva la melodia di Guitar Hero. Così, mentre giocavano a ballare in cerchio, sentiva il suo stomaco mormorare a volume sospetto.

28 luglio 2010

Spaccapietre


Binul era un sasso montano.


Una pietra massiccia, piantata a terra come si deve. Era immersa nel fiume solo per metà e da un lato s'affacciava al cielo come un omino alla finestra.

A fatica Suraj vi appoggiava il suo sedere ossuto di bambino e ogni mattina Binul lo attendeva silenzioso, certo che Suraj sarebbe venuto a sedervici sopra. Poi attaccava con le sue domande da quiz televisivo a cui Suraj rispondeva annuendo, scuotendo la testa o strabuzzando gli occhi. Binul insegnava al suo ospite a prevedere le piogge, chiamare per nome ogni insetto che leggero s'impigliava nell'acqua fresca del fiume, riconoscere uno ad uno gli uccelli che sorvolavano il Nepal e a pronunciare i nomi delle eclissi di luna.

Suraj non parlava mai, ma Binul sapeva di tenergli compagnia nelle lunghe ore di lavoro ininterrotto, come un vero amico.


Il silenzio dei sassi è cosa rara a Mahadev Besi, nel Nepal orientale.