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27 aprile 2012

Are you ready for this fucking gay month?

Quando passeggio per Chueca di giorno è come stare in un cimitero di quelli sereni, dove le piante cambiano l'umore di chi passa di lì. Ci sono le cose morte a terra, i mobili, le bottiglie, i cartoni. Le vie sono strette, in salita o in discesa, bagnate ai lati; le saracinesche chiuse, i menù ritirati, girati in modo che la gente non li possa vedere. Sono le undici di mattina, gli uffici sono aperti da un'ora, la pausa caffè è ancora lontana. Poi accade che il quartiere finisce e il silenzio con lui.

Madrid è ocra, talmente ocra che a fatica si distingue una casa da un'altra. Ha forme da signora, palazzi regali, un rumore di fondo da cui si staglia il resto dei suoni. Non si capisce da dove venga questo rumore, ma c'è e da fastidio alle orecchie. Io ai rumori raramente mi abituo e li continuo a sentire, ogni giorno, sempre uguali. Delle volte sono addirittura più forti del solito.

28 gennaio 2012

In caso di neve

L'acqua e ammoniaca della mattina appena alzata non è lasciata a macerare per errore.
La catenella d'acciaio penzola fredda accanto al corpo fermo, estremamente vulnerabile quando ancora non è venuto a contatto con l'aria vera, quella che sta aldilà dei vetri e che ha un sapore che si ricorda sempre. Gaia pensa che da sola non ne valga la pena, tutta quell'acqua solo per lei, non se la merita. Così, lascia l'urina sul fondo del gabinetto, ed entra nella vasca da bagno con ancora la parte sopra del pigiama.

Il getto freddo le gela la pianta del piede disegnandole attorno una forma incerta come il suo umore volubile. Non sa se si laverà anche la parte di sopra, l'acqua calda potrebbe non arrivare mai. I minuti passano e il verde spento della vasca, furtivo approfitta della luce. Gaia si siede sull'erba, d'improvviso sente caldo e decide che si laverà fin sotto le orecchie. Piega le ginocchia al viso, vicine da sfregare con la spugna e per un pelo una bicicletta non le passa sull'alluce. - Cristo, i vecchi - pensa Gaia - c'è il rischio che stendano gli altri nonostante il passaporto dica che tocchi a loro. Il caldo comincia ad avere la meglio e l'odore di urina è più forte di quello del sapone. Gaia al semaforo chiede scusa per le cattive abitudini e il cane del vecchio le dà ragione per non discutere. Lui, comunque, non arriverebbe a tanto. Odia essere messo sotto i piedi, nudi, degli esseri umani appena lavati, per questo raramente non dice quello che pensa. Poi riparte di gran lena, pedalando dietro al padrone. Gaia attraversa la strada, un altoparlante nascosto annuncia una giornata di forti sconti al motorvillage. Lei però tira dritto verso il mercato del corso: ha bisogno le sarde per fare una pasta come si deve e se possibile un elastico alto due dita, meglio color panna e non troppo spesso, per cucirlo all'interno del copripanca rotondo. Le han detto che sarebbe fantastico trovarlo dello stesso colore del mattone, così che il mobile potrebbe barocco sparire nel muro. Gaia ringrazia, poggia le borse sugli scalini e si asciuga il dorso puntuto all'altezza a cui arriva con le braccia torte all'indietro. Il resto, fa niente.

21 dicembre 2011

Ed è subito sera

Il rischio è fare notte.

L'aeroporto è tanto lungo che spaventa. Lungo, non largo. L'arrivo e la partenza: si cammina di continuo in attesa dell'uscita. Dell'entrata. Che sia il treno o l'aereo a Bruxelles non è importante. A tratti tutti camminano con te. Pochi sono in contro mano, quasi nessuno, in effetti. Veloce anche io dunque, su quegli scivoli piani che aiutano il tempo e fanno sorridere. Come a Montparnasse con il tapis roulant per agonisti che sfreccia a dodici chilometri orari ed io, ebete, mi sistemo i capelli come in motorino. Poi comincio ad avere caldo, lo zaino, la giacca, la sciarpa, i guanti, anche la carta d'identità con l'involucro sembra sudarmi addosso. Quando arrivo in stazione, poco più in alto del centro di Verne, la temperatura, stronza, molla la presa e scivola dove non la riesco più a vedere, né a riprendere, giù nel pozzo di Vermicino. Così, svestita male, attendo un treno per Lovanio, la Bologna del nord con i suoi venticinquemila studenti su una popolazione che è come quella della mia città. Il treno riemerge da un cassonetto grigio, fuori, piove. 

13 settembre 2011

Come Zoran Planinic

Una sera, una mattina. Suonano gli uccelli a Mostar l'otto di agosto. Si susseguono i cimiteri, in entrata e in uscita, uno via l'altro come pascoli di montagna. La Bosnia è una grande regione panciuta e l'Erzegovina le scivola in grembo fino in mezzo alle gambe dove guadagna un ipocrita sbocco sul mare. Ma questa mattina la gente è serena, pacata. Non c'è rabbia in questo posto. Nemmeno un tenue imbarazzo di fronte a una furia distruttiva inspiegabile. Il ponte di Solimano l'anno ritirato su. Bisognava, e lo si è fatto. Sotto il sole è un groviglio di persone che si accatastano per una foto da soli, con gli altri di spalle, come in uno specchio in cui vedo te. Il ponte è goffo. Salta la Neretva e vira un po' a destra. È complicato camminarvici sopra, c'è uno strano ritmo dei gradini piatti e dolci, con una linea sollevata che minaccia lo sgambetto fino all'ultima.

Si scivola sul Ponte di Mostar. Dove Miran dice che non è necessario che andiate. Si scivola per andare di là. Cosa ci vai a fare, la cartina che mi hai dato nemmeno ne illustra bene le vie. Cosa ci vai fare, dico. E ci stiamo poco allora. Scendiamo al fiume per vedere il ponte da sotto. Puzza di piscio, ma la valle stretta che s'alza repentina potrebbe essere la Val d'Ossola. La strada che porta al fiume s'apre come un anfiteatro naturale da cui ammirare l'altra riva, poco distante perché la Neretva centellina l'acqua. Fa caldo, beviamo la birra più buona di sempre. Pensavo che quelli laggiù hanno fatto la guerra, tu mi guardi, pacata come questo posto e mi dici che sì, può essere, avranno si e no la mia età, rispondo. Che cazzo, come mia nonna. Forse qualche anno in più, mi dici. Mai stata forte nel mettere a sistema le morti, le età e il sangue. Mi trema sempre la mandibola prima di arrivare al risultato e ne azzardo uno casuale.


06 luglio 2011

Gli uccelli migrano a tutte le ore

Non sempre va benissimo. La capacità di riempire i buchi nei muri con lo stucco in modo uniforme la si apprende col tempo. Un po' come si apprende che i quadri non stanno su appesi ai chiodi piantati alla carlona col martello. Le viti, ci vogliono le viti, e il trapano e lo straccio inumidito sotto ad acchiappar fior fior di cemento disarmato che sbriciola via come fuliggine.

Così, soltanto dopo una miriade di buchi mal fatti, buchi sghembi, buchi storti, voragini e scolpite, uno impara a dar retta ai tutorial. A conoscere la pesantezza della propria mano, la forza dell'avambraccio che tiene e l'ampiezza della conca che il palmo prepara. E allora sì che ci si propone. Li faccio io i buchi nel muro, si dice agli astanti incapaci.

16 maggio 2011

Venezia non ama nessuno

Il pavimento di Santa Lucia umido mente e fa scivolare. C'è il sangue per terra di chi c'è cascato. Il vento non perde di vista gli americani, maggioranza schiacciante in questa città di camminatori e topi. La festa mobile veneta scimmiotta la capitale dei formaggi che puzzano. Puzza Venezia quando è costretta a bagnarsi per ore. Chi cammina si fonde il cervello a furia di gocce proiettile che come trapani sfondano ombrelli e cappucci. Mi fermo davanti all'ennesimo vicolo ceco. Davanti ai cammini interrotti. Ai canali stretti mai quanto basta per farsi saltare. La luce che cerchi è sempre aldilà di dove ne credevi fosse la sorgente, aldilà di come poteva andare, aldilà di quello che avresti potuto fare.

Sono pessimista e scaramantica a parole, ma ottimista di natura.

Penso che le cose debbano concludersi per il meglio, che il tempo sia sempre abbastanza, che l'essere umano sia in ultimo onesto. E buono. Così me lo merito un giorno di pioggia dopo un giorno di sole. Anche se avrei potuto averne due di sole. Impensabile non averne nessuno nell'opinione matematica di chi ragiona con le dita incrociate.


Upward in me e fuori di me. Chi conta solo sulle proprie forze non va lontano. Servono quelle degli altri. Così tra i nomi dei santi e una clessidra seguo l'orobilogio del mio sesto senso. Che funziona quasi sempre in amore. Funzionava in inglese e negli studi di funzione. Ed ora schiavo di una bussola mi fa ritrovare là dove volevo. E ritrovare le cose perse arrotolate tra le coperte, piccole e preziose.

31 dicembre 2010

Il ghiaccio di fuori

Mai stata in Polonia prima d'ora.
Rispondo alle lenti appannate di un ragazzo interamente coperto da lana e giaccone.
Non si capisce dove finisce la lana, se in testa o sul collo, o dove inizia il giaccone, sotto il mento o intorno ai pantaloni scuri.
Facciamo insieme il biglietto per un bus che credo porti in città. Lui deve scendere a Piazza Inwalidow. Non è nella mia carta turistica e minima. Io so di dover andare a sud, ma non so dove si trova l'areoporto di Belice. San Giovanni Paolo II.
Il vento ti taglia il respiro che tieni da conto per quando (si pensa sempre molto presto) potresti averne bisogno per scaldarti le mani o le dita dei piedi.
La macchinetta non parla inglese.
Nemmeno l'autista del bus.
E nemmeno io.
Faccio tre biglietti da tre zloty, mi sembra un buon compromesso. Ne faccio anche due da due e cinquanta. Meglio non buttare via nulla, né fare sprecare minuti preziosi ad un bus che talvolta pare scalare neve e lastre di ghiaccio senza alcuna fatica.

Stiamo nel Kazimierz, ma ci arrivo dopo aver sbagliato un paio di fermate e aver preso un tram grazie al consiglio di un polacco gentile. Le sinagoghe non si vedono e nemmeno le case l'erba o le strade. Nulla si distingue dallo sfondo: da terra fino al cielo tutto è bianco e gelido. Per terra le lastre di ghiaccio ti obbligano ad una lentezza che col passare dei giorni si prende metà delle tue gambe e va avanti da sé. La luce la mattina prova inutilmente a consolare una città entusiasta del suo stato.

11 novembre 2010

Berlin ways

What about Berlin?

Buio pesto, presto.
Biciclette, tante.
Polizia, poca.
Controllori sulla metro, in borghese.
Luci ai lati dei viali, rade.
Luci al neon e a led dei doner turchi, molte e fitte.
Persone, alla giusta distanza.
Persone, strambe, schierate, scure con sorrisi accennati. Sobrie o aggressive.
Traffico e code, inesistenti.
Storia, preghiere a memoria, mantra di allontanamento. Non rimozione.
Repetita iuvant.
Case grandi, calde, alte.
MilchKaffe grandi, caldi, alti.
Locali piccoli. Con i suoni ordinati, la qualità che si tocca e le luci dei club fatte con la cura di un ricamo.
Capelli, corti.
Boschi. Ovunque. Anzi, foreste.
Con i cervi dal finestrino del bus.
E i corvi su due piedi ai lati della Sprea.
Berlino è andata oltre. Come era già oltre negli anni venti. Prima della crisi, splendeva libera. Oltre la modernità. Dinamica e speciale. E ora corre, rilassata e dura, col frenamano amaro del passato, ancora un velo di trucco nero sul viso.

29 agosto 2010

L'estate che non ti scegli ti sceglie


Rientra e riesce Melinda dal mare.

Di gente in attesa del rientro massivo.
S'avvicina alla battigia ed i piedi sprofondano.
Scende dall'auto e se la chiude alle spalle.
Le macchine in fila ordinate, tra gli oleandri che paiono liane.
Melinda s'arrampica sul guard reil scalcinato. Le scivolano i piedi coperti di sabbia.
Come sul pavimento di seta delle chiese deserte al mese di agosto.
Pour se souvenir quando sarà l'occasione. In piedi rialzata osserva l'intorno.
La gente tentenna ai banchi dei libri.
Trascina sacchi ripieni di frutta.
Qualcuno tossisce.
Sulla sue fiacche dei sandali duri. Bollicine leggère, una fiaba infantile.
Qualcuno fatica a salire sui bus. Scivola piano sulla pedana la carrozzella ingombrante che ronza.

10 maggio 2010

Venezia come Stoccolma


A Stoccolma non ci sono gatti.

Solo ponti che pinzano isole ed isole ad isole ed isole.
E parchi nazionali urbani con la percentuale di allocchi più alta del mondo.
E un luna park lilla che polarizza la pioggia storta sul cielo grigio.
E il vento arrabbiato con i tuoi quattro minuti e trenta di traghetto.
Venezia style ma senza la poesia della serenissima libera e audace.
Il burro sciolto col prezzemolo. Da spalmare sul pane su cui spalmare i crauti su cui mettere una vinaigrette scialba e irreparabile.
Le lepri per strada.
Le gazze sui prati.
Le coperte sui tavolini dei dehors dei bar. Pronte all'uso.
Anche a maggio.
I punx con le chiome bianche e le ragazze con i leggings di pelle, iuta o cioccolato. Mumbletrousers cito pari pari uno svedese altrettanto onomatopeico.Pantaloni che mormorano, li chiamano.
Vedi le labbra ma non senti cosa dicono.
English humor travolgente. Quasi come il prezzo dei mezzi pubblici. O i biglietti della metro via sms.
Il sole rade orizzontale e decapita gli sguardi dei ciclisti. Poi d'inverno si nasconde e il mare diventa ghiaccio. Il parcheggio di piazzale Roma.

A Stoccolma non ci sono gatti.
Se li sono mangiati tutti.

30 dicembre 2009

Quando c'è tutto questo spazio

incredula parigi ti scalda le guance, il trenta dicembre dodici gradi. immagino possa essere un omaggio al mio spirito ricaricabile. o forse un invito a sopportare il freddo che viene. non ricordo tanto garbo da parte di un clima mai mite, fino ad ora. forse è che io a parigi mi sono sempre sentita estremamente libera e sciolta da ogni fetente nodo marinaro. e insieme, estremamente sola. senza appigli, numeri fissi, amicizie di vecchia data, pomelli delle scale. sola su una scala a pioli di serpenti annodati, come le illustrazioni di gianni rodari. qui ho imparato a bastarmi. forzatamente, forse. per la mia introversione naturale impacciata ed incapace a fidarsi fino in fondo. a sgomitare tra sconosciuti e conoscenti. ergendo barriere, prima ancora allungare un braccio per stringere una mano. 

ma questa volta no alice. sarà stato il paracetamolo che costruisce il materassino tra le sinapsi funzionanti e la realtà irriverente. gli occhi lucidi del raffreddore che ti fanno vedere lo spettro possibile e l'arcobaleno. sarà per effetto della propoli alcolica che sostituisce la sciarpa nei tunnel fetenti della metro verso nord. o del piumone portentoso che scalda le membra e zigzaga vincendo gli spifferi. sarà belleville, catenaccio contro la solitudine o flipper soffocante che non comunica. e mi sento comoda e colma, come se avessimo passato tre giorni sul divano a fumare davanti ai cartoni animati di natale.

30 agosto 2009

L'Isola dei camping ground


Skyr.
Che gli americani lo chiamano skaier, come il Fetish dei tempi andati.
About the future, Janet, e io sudo la polvere dei muri duri e caldi di questa bottega a pezzetti. Il muro si sgretola alle radici come la mia voglia di vederci più chiaro.
E la polvere resta come gesso sulle mani, fatico a mirare al centro e come un ubriaco misuro a spanne e piombini le tue vertebre separate. Scheletriche come un calciatore bambino. Le mie idee: prefabbricati di latta da una stagione. Antivento. Antitempo.
Con fondamenta nella marea del monte san Michele. Due settimane poi basta.
Le mestruazioni frenetiche del duemilanove.

L'isola di ghiaccio ribolle di lava, amore.
E' calda come l' ippopotamo esangue di Licia Colò.
E fredda come un telefilm tedesco.

20 ottobre 2008

Il Parco delle mosche


Io. L'imperativo di dover restare se stessi, di ricostruirsi, se ci si perde nell'altro. Negli altri. Licenze poetiche fanno a botte con il correttore automatico del pc. Che, istituzionalmente, non esiste più. e non le voglio le maiuscole dopo il punto, cielo. non le voglio, ecco. mi piange l'occhio sinistro che ho dentro un sassolino, come nella scarpa, ma io ce l'ho nella palpebra. il momento migliore, oltre a te. quella passeggiata dove tu non c'eri, affogata, io, dal caldo di agosto, dalle due, dalle mosche e dal sole implacabile. dalle mosche, a migliaia. che metà nemmeno le vedevo, senza gli occhiali. non vedo nemmeno amtares e il cigno. Non vedo te, dove cazzo sei mentre ti cammino due passi indietro. ti giro in giro, per costringere la tua attenzione in un semicerchio con il perimetro che segue l'arco del mio corpo. che se mi parli smetto di lèggere. che se mi parli smetto di pensare e mi tornano via le sue immagini, leggère. e sotto la mia tenda, bagnata di condensa la mattina, al freddo dei mille e rotti metri del lago di campotosto. la prima notte, tutto questo freddo nelle gambe. ho dei problemi, nel tenere con me quello che viene da fuori. ad arricchirmi piacevolmente del fuori. tranne del freddo, che mi scortica lo spazio tra le dita. e del tuo freddo che mi formatta la mente, ti cancella e mi ribalta spazio-temporalmente indietro. Il rovescio dell'amaca. che devo fare io. che devo fare, sempre, io. ma la larghezza di campo imperatore, un'autostrada della polonia. da passeggiarci in ciao. poi ci restiamo e diventiamo vegetariani a forza di riso e di non voglia di fare la spesa, ancora. che le cose scadono subito. che io non scada ora, sotto il fumo della brace, sotto la luce terrosa dei camper che sgommano, dei cavalli che corrono, della mattina col vento e niente intorno. e niente intorno a saturare la mente, come un cotton fioc. nel cervello dopo uno sparo. seduta, una sigaretta per schiantare a terra una pressione che la montagna mi solleva e mi tiene a livelli normali. che mi sento forte, fisicamente forte. stretta nell'aria che sferza dopo il tramonto. su, a rocca di cambio, mentre scrivevamo il diario di viaggio, nemmeno la sentivo l'aria gelida. io. e voi che avevate tutti freddo. A colpi di vino.

poi il mare.