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13 settembre 2011

Come Zoran Planinic

Una sera, una mattina. Suonano gli uccelli a Mostar l'otto di agosto. Si susseguono i cimiteri, in entrata e in uscita, uno via l'altro come pascoli di montagna. La Bosnia è una grande regione panciuta e l'Erzegovina le scivola in grembo fino in mezzo alle gambe dove guadagna un ipocrita sbocco sul mare. Ma questa mattina la gente è serena, pacata. Non c'è rabbia in questo posto. Nemmeno un tenue imbarazzo di fronte a una furia distruttiva inspiegabile. Il ponte di Solimano l'anno ritirato su. Bisognava, e lo si è fatto. Sotto il sole è un groviglio di persone che si accatastano per una foto da soli, con gli altri di spalle, come in uno specchio in cui vedo te. Il ponte è goffo. Salta la Neretva e vira un po' a destra. È complicato camminarvici sopra, c'è uno strano ritmo dei gradini piatti e dolci, con una linea sollevata che minaccia lo sgambetto fino all'ultima.

Si scivola sul Ponte di Mostar. Dove Miran dice che non è necessario che andiate. Si scivola per andare di là. Cosa ci vai a fare, la cartina che mi hai dato nemmeno ne illustra bene le vie. Cosa ci vai fare, dico. E ci stiamo poco allora. Scendiamo al fiume per vedere il ponte da sotto. Puzza di piscio, ma la valle stretta che s'alza repentina potrebbe essere la Val d'Ossola. La strada che porta al fiume s'apre come un anfiteatro naturale da cui ammirare l'altra riva, poco distante perché la Neretva centellina l'acqua. Fa caldo, beviamo la birra più buona di sempre. Pensavo che quelli laggiù hanno fatto la guerra, tu mi guardi, pacata come questo posto e mi dici che sì, può essere, avranno si e no la mia età, rispondo. Che cazzo, come mia nonna. Forse qualche anno in più, mi dici. Mai stata forte nel mettere a sistema le morti, le età e il sangue. Mi trema sempre la mandibola prima di arrivare al risultato e ne azzardo uno casuale.


30 dicembre 2009

Quando c'è tutto questo spazio

incredula parigi ti scalda le guance, il trenta dicembre dodici gradi. immagino possa essere un omaggio al mio spirito ricaricabile. o forse un invito a sopportare il freddo che viene. non ricordo tanto garbo da parte di un clima mai mite, fino ad ora. forse è che io a parigi mi sono sempre sentita estremamente libera e sciolta da ogni fetente nodo marinaro. e insieme, estremamente sola. senza appigli, numeri fissi, amicizie di vecchia data, pomelli delle scale. sola su una scala a pioli di serpenti annodati, come le illustrazioni di gianni rodari. qui ho imparato a bastarmi. forzatamente, forse. per la mia introversione naturale impacciata ed incapace a fidarsi fino in fondo. a sgomitare tra sconosciuti e conoscenti. ergendo barriere, prima ancora allungare un braccio per stringere una mano. 

ma questa volta no alice. sarà stato il paracetamolo che costruisce il materassino tra le sinapsi funzionanti e la realtà irriverente. gli occhi lucidi del raffreddore che ti fanno vedere lo spettro possibile e l'arcobaleno. sarà per effetto della propoli alcolica che sostituisce la sciarpa nei tunnel fetenti della metro verso nord. o del piumone portentoso che scalda le membra e zigzaga vincendo gli spifferi. sarà belleville, catenaccio contro la solitudine o flipper soffocante che non comunica. e mi sento comoda e colma, come se avessimo passato tre giorni sul divano a fumare davanti ai cartoni animati di natale.