Il rischio è fare notte.
L'aeroporto è tanto lungo che spaventa. Lungo, non largo. L'arrivo e la partenza: si cammina di continuo in attesa dell'uscita. Dell'entrata. Che sia il treno o l'aereo a Bruxelles non è importante. A tratti tutti camminano con te. Pochi sono in contro mano, quasi nessuno, in effetti. Veloce anche io dunque, su quegli scivoli piani che aiutano il tempo e fanno sorridere. Come a Montparnasse con il tapis roulant per agonisti che sfreccia a dodici chilometri orari ed io, ebete, mi sistemo i capelli come in motorino. Poi comincio ad avere caldo, lo zaino, la giacca, la sciarpa, i guanti, anche la carta d'identità con l'involucro sembra sudarmi addosso. Quando arrivo in stazione, poco più in alto del centro di Verne, la temperatura, stronza, molla la presa e scivola dove non la riesco più a vedere, né a riprendere, giù nel pozzo di Vermicino. Così, svestita male, attendo un treno per Lovanio, la Bologna del nord con i suoi venticinquemila studenti su una popolazione che è come quella della mia città. Il treno riemerge da un cassonetto grigio, fuori, piove.
