Non è semplice essere astrogatto, Margherita.
Ti dirò di più: uno come come me, nato astrogatto e morto non si sa, si è spesso stufato d'esser guardato con ribrezzo da gatti ed astrogatti che tentavano di atteggiarsi a pelosoni da compagnia. Dovessi vedermi, bambina, non mi riconosceresti. Se sei una cattiva osservatrice, mi chiameresti gattaccio o giù di lì. Ecco, avveditene, non sono giù di lì. Sono un gattaccio verace con tutte quelle malattie che tu credi io abbia. Ebbene, sì, le ho tutte. Lo vedi il pelo ispido e biancastro che viene fuori come un ciuffo fuori taglio dalla mia pelliccia scarna, consumata dalle lotte? Converrai che non è proprio un belvedere. Difatti non lo è e, per di più, se mi scruti attentamente, noterai cicatrici marronastre, gonfie come i bozzi della pizza quando brucia, stare sotto al pelo bianco quasi a dire che dal bozzo neanche il pelo vuol nascer nero. Vero. A guardarmi paio averne passate di ogni. Ed è qui che si cade nell'inganno. L'astrogatto nasce brutto e sfortunato. Le malattie lo affliggono, le mosche lo tormentano, le gatte lo rifuggono, le astrogatte si accontentano. Dalla sua ha quell'aria rock'n roll, da gattaccio maledetto, che non esclude il colpo grosso con le gatte a cui piace incorniciarsi coi rottami. Ma ormai, con i tempi che corrono, anche il gatto d'osteria è passato di moda e l'astrogatto rimedia solo qualche amico che, astrogatto come lui, bighellona volentieri in cerca di avventure nei parchi di città.