Rapina Lebanche capitò di maggio.
Un mese di mosche e mollezza stentata, nel giallo d'uovo delle campagne del sud.
Dal giorno in cui nacque, Rapina fu subito sola, ché in paese non vi erano bambine femmine con cui dividere i frutti maturi. Attorniata da ragazzetti sudati, crebbe silenziosa e mascolina, coi denti tanto bianchi che al mordere dei fichi sulle sue labbra sembrava luccicare la rugiada.
Suo padre, diceva nonna Ruta, era un continentale bandito, che le aveva rubato la figlia.
E che dopo aver figliato se n'era ripartito per la Francia. Là dove il mondo finisce e s'inghiotte gli uomini sciocchi. Buoni solo a seminare vergogna.
Si volle così che Rapina portasse cucito il nome del furto sul documento d'identità, accanto al cognome del ladro di doti.
Nonna Ruta lo scelse. Perché fosse monito nei tempi a venire. E chiaro fin da subito a chiunque se la prendesse che s'appropriava d'un frutto indegno. Ché, lo sa Dio, se nonna Ruta di malocchio e disgrazie non ne aveva avute abbastanza!