Fosse stato per lui le cose sarebbero andate diversamente. Ma anche stavolta era stato l'ultimo straccio da lavare, quello che si lava se ce n'è altri sennò s'aspetta. Sul fondo della cesta da mesi, Otto aspettava che gli dicessero che fare e invece a nessuno era venuto in mente di aggiornarlo sulle ultime nuove, buone o cattive che fossero. Così, se ne stava chiuso in quel bugigattolo marcio a fare da portiere e la gente del palazzo lo trattava come se fosse in quello stato da sempre.
-Buongiorno!-
-Buongiorno.- ripeteva lui meccanico, tra le sette e le dieci, come se si trattasse di azionare un tagliaerba. Era la noia che lo uccideva ma a stento, Otto, avrebbe saputo ammetterlo. Quella insoddisfazione perenne che lo portava a muoversi di continuo sulla sedia sghemba, tenuta insieme per miracolo, prima o poi lo avrebbe fregato di nuovo.
L'orologio a muro oltre il vetro della guardiola gli stava facendo schizzare il cervello e mai come in quel momento avrebbe desiderato il sabato mattina libero. Come quel ragazzino, Loris, che Otto lasciava uscire di tanto in tanto, con la promessa di farsi dire dove sarebbe andato. A stare in un locale di dodici metri quadrati scarsi, pensava, dove l'unica finestra era un videocitofono che s'atteggiava a televisore, sarebbe morto di urticaria. Così, quando insieme esaurivano i passatempi silenziosi, ché Otto tutto era fuorché un chiacchierone, Loris s'alzava, si puliva la bocca sporca per la saliva che la concentrazione gli aveva seccato ai lati della bocca e abbozzava l'uscita, in attesa del via libera che arrivava con un cenno del vecchio.