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26 gennaio 2012

Il nome della luna

Quello che non sono mai stato capace di fare, bambina, è chiamare la luna per nome.

I lupi della Valle di Dò s'avvicinavano piano, senza che nessuno dei grandi potesse sentirli. Non avevano paura dell'uomo, ma nemmeno volevano fiutarne l'odore senza poterlo vedere. Così, s'appostavano quatti, tra i cespugli radi delle colline più basse, e quando i fumanti si riunivano a cena intorno al calore della zuppa di ceci, i lupi ululavano alla luna. Era l'inchino dovuto alla signora del cielo, e il segnale per marcare la presenza animale all'uomo.

Io però m'addormentavo prima.
Nell'attesa di sentire i lupi di Dò, la paura più del freddo mi atterriva. Così cadevo sfinito in un letto di paglia ricoperto di panno, e lì la luna mi veniva a cercare. Allagava il letto di una luce larga ed io vi scivolavo dentro inerme, come se qualcosa mi deglutisse.
La gola della luna di gennaio è fredda e ha pareti dure. Apro i palmi per toccarle, e a tratti la paura mi impedisce il movimento. Sembra di essere prigioniero di un giunco di stagno ma è il cielo stellato l'appiglio delle sue radici. Il plenilunio del lupo diviene luna di neve e la sua luce s'allenta in armonia con la durezza delle sue pareti. Indossa un velo da sposa e la nitidezza dei colori vacilla. La primavera è alle porte, ma giunge timida e senza grazia. Sono i lombrichi a scorrerle nel sangue: vincono le ultime gelate e come radici potenti solcano la terra per raggiungerne la superficie. I pettirossi fanno ritorno nel cielo di Dò per l'abbondanza di cibo e la luna piena tiepida mi aiuta a trovare il coraggio dei rapaci.