Jacopo sorseggia il suo quarto o quinto caffè. La scusa per stare svegli o la droga che risveglia le sinapsi e consente al cervello analogie agostiniane. L’acrobata fermo a pensare stenta a stancarsi e produce magie e cadute di stile.
Lui sta lì, faccia al vetro opaco della finestra. Deve scrivere cosa sente. Anche se sente solo rumori. Gli si è chiesto di registrare orecchie e cuore. Calibrare il cervello con la sensazione immediata.
Vanessa puntuale alle sedici bussa la porta.
- Come andiamo? – fa cenno levandosi lo zaino e raccogliendosi i capelli in una coda stretta. – Non c’è male. Ho sentito poco niente oggi. Posso riavere il cellulare? –
Vanessa fa segno di no con la testa.
- Non me ne occupo io. Non chiedermi favori che non posso farti.
Le consegna il quadernetto. Poi attacca un motivetto famoso di Tom Waits.
- Jacopo, hai visite. Di là, nella sala comune. Su va’. Sto qua a leggere le cose, ne parliamo quando rientri.
Di malavoglia si infila la felpa ed esce dalla stanza.
Marghe lo aspetta in sala comune, una camicia a maniche corte per il riscaldamento che impenna.
Sembra sola e la cosa lo rincuora.
Segue un bacio d’ufficio sulla sua fronte. Ma il contatto con la pelle di lei gli frega la testa. Comincia il ballo dei mostri e non c’è più spazio per i convenevoli.
Le urla attirano l’attenzione e un uomo alto sulla quarantina con un camice stropicciato lo sposta di peso verso la stanza da letto. Dentro Vanessa si alza di scatto. Scivolano a terra quaderno e matita.
- Aiutami a metterlo sul letto.
- Lo devo annotare, Vanessa lo devo annotare. Ho sentito. Ho sentito. Scrivilo.
Vanessa guarda il dottore senza fare domande. Il dottore non si volta sistema il ragazzo sulla branda. Lo tiene fermo. E lei addormenta Jacopo con la solita pozione infernale.